Cinema News — 29 agosto 2013

Il torinese Andrea Cavaletto, noto soprattutto come sceneggiatore e disegnatore di fumetti, è una figura di spicco nel panorama italiano e internazionale: autore di varie storie per le collane Dylan Dog e Martin Mystère e creatore della graphic novel americana The Worldhouse, si distingue anche come sceneggiatore di numerosi film indipendenti (a testimonianza di come il cinema e il fumetto siano due arti che possono felicemente convivere). Undead man, Hyde’s secret nightmare e due episodi dei collettivi P.O.E. – Poetry of eerie e P.O.E. – Project of evil sono solo alcuni degli esempi più illustri. Nel 2007 inizia una proficua collaborazione col Cile che dà origine a numerosi film, fra cui spicca l’horror Hidden in the woods (En las afueras de la ciudad, 2012) di Patricio Valladares. Presentato in numerosi festival, ha riscosso un grande successo di critica e pubblico, come dimostrano i premi vinti (Buenos Aires, Cincinnati, Torino, Asti) e l’annuncio di un futuro remake hollywoodiano. Ispirato a una storia vera, Hidden in the woods è uno dei film più crudeli e disturbanti degli ultimi anni: cattivo e violento al limite della sopportazione, racconta la macabra vicenda di una famiglia disfunzionale che vive all’interno del bosco. Due ragazzine, Ana e Anny, sono sottoposte alle continue angherie del padre, uno squallido uxoricida pervertito che è in combutta con “zio Costello”, boss della droga. Durante un blitz della polizia, l’uomo viene catturato (dopo aver ucciso due agenti con la motosega): le due figlie, insieme a un bambino deforme frutto dello stupro paterno, vivono allo stato brado e devono sopravvivere ai killer di Costello, che le torturano per farsi rivelare l’ubicazione della droga custodita dal padre. Sapranno vendicarsi con altrettanta ferocia. Sul soggetto di Valladares, Cavaletto scrive (insieme al regista) la sceneggiatura di questo film sanguinario e tremendamente realistico, che contamina l’horror puro con il noir per poi trasformarsi in un crudelissimo rape&revenge. Hidden in the woods possiede un valore assoluto perché non scade mai nella struttura classica del torture-porn (né tantomeno nella messa in scena “pulp” che tanto va di moda oggi) e si evolve in continuazione: l’orrore (fisico e psicologico) viene letteralmente buttato in faccia allo spettatore senza alcuna mediazione, rappresentato in tutta la sua reale brutalità. Questo, grazie alle interpretazioni intense e sanguigne (cattiveria e disperazione sono urlate quasi in ogni inquadratura), agli effetti speciali (splatter e gore abbondando) e anche agli effetti sonori (le grida strazianti giocano un ruolo fondamentale). Valladares si dimostra un regista maturo e coraggioso, in grado di mostrare una realtà che supera l’incubo, dirigendo con sicurezza un film compiuto che non scade mai nel gratuito o nel banale e assesta un bel pugno nello stomaco allo spettatore. L’orrore, ancora prima che fisico, è esistenziale e psicologico: una famiglia “malata”, un padre assassino e pedofilo, due bambine cresciute quasi allo stato selvaggio, un freak nato dall’incesto, un mondo violento e corrotto fatto di personaggi squallidi e vite allo sbando. E la discesa verso l’abisso è senza fine: sopravvissute all’inferno familiare, per Ana e Anny rimangono la prostituzione, l’omicidio, il cannibalismo. Gli ottimi effetti speciali mettono in scena una lunga serie di atrocità, fra corpi straziati, sangue a profusione e ferite rappresentate nei minimi dettagli: il tutto, valorizzato dalla bellissima fotografia di Thomas Smith, calda e dal gusto volutamente “sporco”, quasi in stile anni Settanta.

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