Cinema News — 15 aprile 2013

Presentato all’Afi Fest lo scorso novembre, sbarcato in Europa agli inizi di febbraio e uscito in Italia solo il 4 aprile, Hitchcock si rifà al libro di Stephen Rebello Alfred Hitchcock and the Making of Psycho (edito in Italia da Il Castoro), pubblicato nel 1990 a trenta anni dall’uscita di Psyco, il capolavoro che rivoluzionò il genere horror. Fu proprio l’American Film Institute nel 1979, come ricordano i titoli di coda, a premiare il maestro della suspense con l’unico grande riconoscimento americano: il premio alla carriera. Alla consegna del premio Hitch espresse un ringraziamento particolare a colei che viene raccontata meglio in questo film: lady Hitchcock, figura essenziale all’incommensurabile lavoro del maestro. Nel suo ringraziamento il regista aggiunse ”senza la quale probabilmente avrei partecipato a questo banchetto soltanto nei panni di uno tra i camerieri più lenti.”

Quando Hitchcock iniziò a lavorare a Psyco aveva già realizzato i suoi “cinque della Paramount” (La finestra sul cortile, La congiura degli innocenti, Caccia al ladro, L’uomo che sapeva troppo e La donna che visse due volte) e, mentre era visto a Hollywood come un regista di talento, l’occhio dei Cahiers, più affilato, gli aveva già regalato un posto tra gli auteurs (insieme a Jean Renoir e Howard Hawks, per intenderci) in quanto genio capace di superare i limiti espressivi del cinema hollywoodiano. E Psyco doveva ancora arrivare.

Il film, Hitchcock, inizia (e parte) proprio da Ed Gein, lo psicopatico serial killer dal quale prese spunto Robert Bloch, l’autore del romanzo Psyco. Scena di introduzione: mentre stanno facendo dei lavori nel campo di casa, Ed colpisce mortalmente il fratello (ha messo in discussione la figura della madre) dopodiché la m.d.p. compie un ampio movimento mostrandoci la casa di Gein, ed eccolo lì, sir Alfred (un irriconoscibile e impeccabile Anthony Hopkins del quale si identificano soltanto gli occhi a momenti, quando sbircia tra le tapparelle) che, rivolto allo spettatore, ‘”illustra” il personaggio, sorseggiando il tè, mentre si sente gracchiare uno dei “suoi” uccelli neri (che ricomparirà sulla sua spalla a fine film a suggerirgli Birds, durante l’altro monologo rivolto al pubblico). La fotografia in questa scena è vivida e squillante come nel Technicolor dell’Hitchcock americano. Dal Wisconsin ci si sposta subito dopo in Illinois: Hitch è a Chicago per presentare il suo ultimo successo (Intrigo internazionale). È qui, tra la folla, che Alma Reville (la brava Helen Mirren) fa la sua apparizione. Il film prosegue con la coppia marito regista – moglie assistente che, dopo aver individuato nel racconto di Bloch il soggetto, incontra ostacoli per la realizzazione (alla Paramount la storia dello psicopatico che uccide indossando gli abiti della madre non va proprio giù), decide di autofinanziarsi. D’altra parte il controllo del film e la libertà sul montaggio risulteranno fondamentali alla riuscita del capolavoro.

Nel film, un po’ romanzato rispetto al libro di partenza, stando alle stesse dichiarazioni del regista Sacha Gervasi (al suo secondo film), vengono portate avanti parallelamente la fase di lavorazione di Psyco e la descrizione di un rapporto raro perché sempre vivo, vero e profondo, tra Alfred e Alma. Gervasi ha spiegato che durante la sceneggiatura è stato necessario fantasticare su diversi aspetti. Primo fra tutti: i pensieri di Hitch. In secondo luogo, e non meno importante, l’interazione (immaginaria e immaginata) tra il regista e il serial killer Ed Gein (nel film addirittura interloquiscono dentro casa) e quella tra il regista e la moglie (non si sa come la coppia si comportasse in privato). Il ritratto che emerge della moglie è positivo: una donna discreta ma allo stesso tempo forte, tenace, sempre al fianco del regista, pronta a sacrificarsi per la giusta causa che coincide con il lavoro del marito quando questo vive momenti di dubbio e incertezza. Il ruolo di Alma, sposata in Inghilterra nel 1926, era fondamentale nello scegliere i testi da adattare ma anche durante tutta la lavorazione dei film. Nel caso di Psyco, è lei che individua Anthony Perkins e Janet Leigh come i possibili protagonisti del film. Carattere in grado di riportare l’ordine sul set durante le assenze del marito, è essenziale anche nella fase del montaggio e, prima ancora, in quella della scrittura (dopo il lavoro dello sceneggiatore Joseph Stephano in Psyco, ma anche per tanti altri film). E la vita dentro casa non è tanto diversa: splendida organizzatrice e amante del giardinaggio, si affanna nel cercare di calmare, sempre armata di pazienza, l’atteggiamento bulimico patologico che il marito ha verso il cibo.

Finalmente viene dunque mostrato l’indispensabile sostegno che Alfred Hitchcock ebbe da sua moglie. Un regista considerato tra i più influenti di sempre, capace di spaventare senza mostrare mai (quasi mai) immagini crude ma lavorando tanto sulle atmosfere. Allo stesso tempo un uomo non certo immune da insicurezze e forme d’ansia. Le stesse che hanno influenzato tutta la sua carriera, i suoi film e il suo bisogno di esprimere i lati più oscuri della natura umana. Nonostante le fantasie sulle attrici bionde di turno, il suo cuore era rivolto alla donna protagonista della sua intera vita. Lo aveva capito George Bernard Shaw quando scrisse su un manoscritto per il regista: “Al marito di Alma Reville”.

 

Regia: Sacha Gervasi

 

Genere: Biografico

 

Cast: Anthony Hopkins, Helen Mirren, Scarlett Johansson, Jessica Biel, James D’Arcy, Danny Huston, Toni Colette.

 

Voto: 8


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