Archivio film Cinema L'Enfer News — 04 Giugno 2017

Quasi da sempre l’horror australiano è stato possibile codificarlo come un genere a sé con delle tematiche ben precise, lo scontro natura-cultura e la territorialità geografica in primissimo piano e spesso scevra da implicazioni turistiche.

Da Razorback di Russell Mulcahy a Woolf Creek 2 di Greg McLean sono trascorsi 30 anni, ma a livello filmico sembrano quasi due prodotti coevi e questo non significa affatto che non ci sia stata un’evoluzione estetica all’interno del genere ma è il segno chiaro di una koinè cinematografica dura da scalfire, un’aderenza alla propria territorialità sia da un punto di vista prettamente paesaggistico-ambientale (e sottolineo di nuovo non turistico!) che da un punto di vista geopolitico.

Senza annoverare il bellissimo Babadook di Jennifer Kent che dirotta il prodotto verso altri lidi, con Hounds of love l’horror australiano torna a farsi cantore di una violenza antropocentrica e concreta, frantumando la matrice torture-porn da cui parte. Il lungometraggio dell’esordiente Ben Young elude sapientemente la più ovvia macelleria di genere, inserendo lo smarrimento del corpo umano all’interno di una cornice paesaggistica arida e assolata, soprattutto il corpo femminile di Vicki, una ragazza affettivamente distante dalla figura materna, che dopo la separazione dei genitori viene segregata da una coppia di psicopatici per i quali diventerà elemento destabilizzante del loro asse erotico-sentimentale. Hounds of love è una ballade terrifica e struggente sulla separazione di corpi affamanti di contatto e continuamente privati di questo attimo di intimità tattile.

L’umanità vista come una tribù di cani solitari deambula nel deserto urbano di un’Australia anni 80, in cui la psicopatia umana non possiede il primitivismo redneck del Mick Taylor di Woolf Creek, e per cui abluzioni, lavaggi e rasature fanno parte di un cerimoniale precostituito come incatenare, molestare e uccidere.

La follia umana assume una dimensione spazio-ambientale condotta da un basso continuo in colonna sonora che non molla mai lo spettatore, tra rallenty al cardiopalma e movimenti di macchina che sottolineano il montare rabbioso e folle del sequestratore.

Un dramma-horror crudo e brutale senza alcun abbellimento estetico-stilistico che sarebbe risultato pleonastico e con un ricongiungimento finale struggente ma non consolatorio, che smuoverebbe le lacrime ad un masso.

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