Archivio film Cinema News — 21 Agosto 2021

FLAVIA, LA MONACA MUSULMANA (1974) di Gianfranco Mingozzi, a cura di Mario Molinari

La presenza di Benedetta di Paul Verhoeven al Festival di Cannes ha riacceso l’attenzione per l’erotico conventuale, un ramo del fruttifero albero dell’erotico all’italiana che incontrò negli anni ‘70 un notevole successo di pubblico (quasi esclusivamente maschile). Tra i film di questo tipo è notevole Flavia, la monaca musulmana (1974) di Gianfranco Mingozzi che, tra effetti ed effettacci crudissimi, avanzava un’esplicita requisitoria femminista contro le religioni monoteiste e le società che ad esse si appoggiavano  Attraverso la vicenda di una monaca del XV secolo (ai tempi del cosiddetto “massacro di Otranto”) il regista bolla la società cristiana del tempo come maschilista, castratrice (assistendo con raccapriccio, ma anche con morboso interesse, alla castrazione di uno stallone, Flavia ripensa ai supplizi inferti ad una sua consorella, rea di essersi abbandonata alla lussuria insieme alle tarantolate), oppressiva, repressiva.           Cristianesimo, islamismo ed ebraismo risultano parimenti intolleranti nei confronti delle donne, esseri inferiori, strumenti di riproduzione della specie, proprietà dei maschi (padri, sposi) per l’intera durata della vita. Flavia idealizza l’incontro, durante l’adolescenza, col nemico saraceno, che è spietatamente decapitato dal padre, così come lo sarà l’ebreo Abraham, l’unico che abbia prestato ascolto alla donna e le abbia dato affetto, decollato dalla scimitarra del capo dei pirati saraceni che ha iniziato la monaca all’amore. La narrazione del giudeo a Flavia su Lilith, impastata da Dio prima di Eva con sterco e sporcizia, individua  chiaramente la matrice ebraica antifemminile, passata in seguito al cristianesimo (donna=diavolo; donna=proprietà del maschio, che può farne ciò che vuole, come dimostra lo stupro di una giovane contadina nel recinto dei maiali, sotto lo sguardo inorridito di Flavia, operato da un nobile), poi all’islamismo, visto che il Corano sancisce che la donna deve stare un gradino al di sotto dell’uomo.                           Le ribellioni individuali, emotive come quella di Flavia, nascono perdenti, così come i sogni di suor Agata, la sua guida nell’amore, che, calpestando ogni regola monastica, proclama un‘utopistica aspirazione alla conquista, entro le strutture ecclesiastiche, del Potere (diventare Papa!), abbandonandosi inoltre ad un aperto lesbismo. Flavia invece passa dall’idealizzazione dell’«altro mondo» musulmano – in realtà identico al suo, se non più feroce- al sogno di un Cristianesimo declinato al femminile (la Crocifissione di una monaca nuda; 12 apostoli nudi di entrambi i sessi godono a mordere un corpo nudo femminile in un’Ultima Cena blasfema).  La sua ribellione è votata alla sconfitta, incapace di legare la causa della donna a questioni più generali, di ordine sociale e politico. Flavia ha comunque il merito di aver individuato i bersagli da colpire, da combattere, da abbattere: il potere religioso e politico, che asserviscono la donna, sfruttano i contadini, emarginano e perseguitano crudelmente tutti i diversi (il giudeo, le tarantolate, i mendicanti). Martire di un protofemminismo di fantasia, Flavia muore scuoiata pubblicamente per volere della Chiesa, che intende così lanciare un terribile monito al popolo. Rivisto oggi, il film di Mingozzi, certo anacronistico in molti dialoghi e figurativamente debole, specie nelle scene di massa e nelle visioni mistico-sessuali delle due monache (una matura Maria Casares ed una Florinda Bolkan dalla bellezza mozzafiato), appare sincero, ma in netto anticipo sui tempi. Assurdo pretendere che il film fosse meno commerciale: chi l’avrebbe finanziato all’epoca?

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