Archivio film Cinema News — 14 Giugno 2019

Titolo originale: The Dead don’t Die

Regia: Jim Jarmusch

Sceneggiatura: Jim Jarmusch

Musiche: SQRL

Fotografia: Frederick Elmes

Montaggio: Affonso Goncalves

Scenografia: Alex DiGerlando

Interpreti:  Bill Murray, Adam Driver, Chloë Sevigny , Tom Waits, Steve Buscemi, Selena Gomez, Tilda Swinton, Carol Kane, Iggy Pop

Produzione: Joshua Astrachan, Carter Logan

Paese: Stati Uniti

Per chi non conosce Jim Jarmusch fin dagli esordi di Permanent Vacation, I morti non muoiono può risultare un divertissement di genere. Per chi venera il cineasta di Akron come un maître à penser generazionale -e siamo in parecchi credetemi-questo  è un film quintessenziale della sua poetica. In molte scene il Jarmusch touch è assai riconoscibile soprattutto nell’epifania della quotidianità: diner con quattro gatti, una cittadina popolata da poche anime come Centerville, tazze di caffè e ciambelle a profusione, corredate dal cazzeggio al bancone del bar con dialoghi a base di filosofia spicciola e un viaggio in auto on the road, dove gli agenti Cliff (Bill Murray), Ron (Adam Driver) e Mindy (Chloë Sevigny ) possono monitorare l’apocalisse. Va anche sottolineata la recitazione straniante e minimale, anch’essa peculiare nella direzione attoriale del regista e il gioco è fatto. Certo The Dead Don’t Die, già dal titolo mutuato da un film di Curtis Harrington del 1975 ,  zompa a piè pari nell’universo dei living dead , mettendo in scena alcuni sottotesti degni di nota. Da un lato c’è la stigmatizzazione contro la saturazione mediatica di testi filmici sugli zombies fra prodotti autoriali , parodie e ibridazioni, una commercializzazione selvaggia da far rivoltare George A. Romero nella tomba. Infatti il lungometraggio non aspira alla parodizzazione della working class alle prese con i cadaveri ambulanti come faceva il brillantissimo L’alba dei morti dementi di Edgar Wright, ma s’impone come estremizzazione dei cadaveri ambulanti, che aldilà dell’horror rappresentano da sempre il teatrino dei personaggi messi in scena dal regista. Persone in vacanza permanente dai problemi e dalle angosce del mondo, sempre ultimi o alienati, anche quando viene invaso da un’orda di famelici mostri, come il barbone Bob (Tom Waits), che mangia avidamente un pollo, mentre lo zoticone di turno (Steve Buscemi) viene sbranato dalle creature, tanto per ribadire il moralismo insito del genere. Personaggi jarmuschiani come il sicario afroamericano e zen di Ghost Dog, i tre detenuti di Daunbailò e il viandante di Dead Man sono alla costante ricerca della morte. Si autoesiliano in un loro mondo, come avviene qua per il nerd, che gestisce l’emporio della cittadina o per Bob che ama la vita errabonda. Eppure all’anteprima europea di Cannes molti hanno storto il naso, pensando forse ad un Jarmusch che ha sacrificato la sua integrità artistica a favore del vile denaro e dell’exploitation.A smentire questo pregiudizio basterebbe la becchina Zelda (Tilda Swinton) , dotata di katana, che praticamente è una caricatura della sposa di Kill Bill. E se il regista è uno dei pochi che può concedersi oggi il lusso di sbeffeggiare Quentin Tarantino, dall’altro lato c’è il potere orrorifico, questo si, di revisionare un genere piegandolo alle proprie urgenze narrative ed espressive. Così I morti non muoiono funziona molto bene sul piano dialogico fra tormentoni (Sturgill Simpson il cantante country più amato dai personaggi ed esecutore del motivo conduttore del film), riflessioni nonsense (Ron attribuisce le morti agli zombies e non a  bestie selvatiche), per le gag confezionate ad arte (Cliff schiaccia un pisolino accanto alla defunta Carol Kane, della serie quando i funerali sono più divertenti dei matrimoni), senza dimenticare il lirismo (Mindy riconosce la nonna  fra gli zombie).

Insomma ossessionato dal proprio gusto estetico come chiave di lettura del mondo, anche se come in questo caso è sull’orlo del collasso, Jarmusch si accanisce con perfidia anche contro il metacinema quando, disvelando la finzione, Bill Murray si indigna con Adam Driver che Jim non gli ha fatto leggere per intero il copione, prima delle riprese. Così quello che sembra uno scherzo cinematografico fra vecchi amici, è pur sempre la prima irruzione di un regista indie e festivaliero  in una nuova condizione professionale nel corpus della sua opera di questi anni zero.

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