Cinema News — 15 maggio 2013

TITOLO: I più grandi di tutti

 

REGIA: Carlo Virzì

 

ANNO: 2012

 

CAST: Alessandro Roja, Marco Cocci, Claudia Pandolfi, Dario “Kappa” Cappanera, Corrado Fortuna, Frank HI-NRG MC, Catherine Spaak

 

Un tempo c’erano gli Snaporaz, un gruppo rock livornese ironico e spensierato. Viaggiavano con un Ford Transit rosso, considerato uno del gruppo, e dividevano la sala prove con il gruppo metal Cappanera. Tra vino e fumo (“vanno bene entrambi, in abbondanza, basta non mischiarli” dicevano) nel 1997 si ritrovarono a comporre la colonna sonora dell’opera prima di un certo Paolo Virzì, “Ovosodo”.

“Se gli Snaporaz avessero avuto il manager di Zucchero a quest’ora sarebbero a prendere il sole in una dacia sul Mar Baltico invece di andare a suonare in un posto che si chiama Montelupo davanti a quattro anziani compagni terrorizzati e tre punk di paese che timidamente ti mandano in culo” commenta il fratello del regista e frontman della band, Carlo Virzì.

Poi gli anni passano, le persone crescono, i sogni svaniscono, ma la passione resta. Come le cicatrici. Da qui a decidere di raccontare le gesta di uno scalcinato gruppo toscano alle prese con un irriducibile fan, il passo è breve. La vita da tour, la convivenza forzata, la gioia condivisa e gli scazzi tra amici generano sensazioni uniche, comprensibili a fondo solo per chi c’è passato. Tant’è che Carlo Virzì non firma solo la regia, ma anche il soggetto e la sceneggiatura (con Andrea Agnello e Francesco Lagi).

Ludovico Reviglio (C. Fortuna) è un giornalista musicale paraplegico con una smodata passione per i Pluto, gruppo rock di Rosignano Solvay ormai scioltosi dieci anni prima. Intenzionato a girarne un documentario, si mette sulle loro tracce contattando via e-mail l’ex batterista Loris Vanni (A. Roja), padre imbranato che non gode la stima del figlio, incaricandolo di rintracciare gli altri tre componenti.
Il punto di vista di Ludovico a tratti ricorda quello del reporter-adolescente William di “Quasi famosi”, pellicola semi-autobiografica di Cameron Crowe. In quel caso il protagonista affrontava le prime pene d’amore, qui invece all’entusiasmo iniziale per la reunion dei Pluto comincia a farsi strada in Ludovico un sentimento di compassione, più che di delusione. Il passare del tempo ha messo a fuoco ciò che a vent’anni era celato da arroganza e strafottenza: ha fatto trasparire la loro vera natura di anime fragili.

Le sequenze divertenti non mancano, marchiate a fuoco dalla caustica ironia livornese. Ma la storia non è (solo) incentrata sul crollo delle illusioni quanto più sulla forza genuina di un gesto di gratitudine. Basta una piccola goccia a far smuovere ciò che è realmente dentro di noi, a farci svegliare dal torpore nel quale ci siamo persi senza neanche renderci conto. Un atto d’amore dovuto verso persone che si comportano come adorabili cialtroni. Che permetta loro di cambiare, di raggiungere un’attempata maturità, o che semplicemente restituisca almeno per un giorno quelle emozioni che hanno sempre inseguito. Cosa ne sarà di loro, non si sa. “Babbo, cos’è il rock?” chiede il figlio di Loris. Difficile definirlo. Di sicuro ora ama il proprio babbo, proprio grazie al rock.

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