Archivio film Cinema News — 03 Marzo 2021

All’interno dell’illustre pratica della commedia nostrana, il cinema a episodi nel corso del tempo ha dato vita a un filone quasi a sé stante. La segmentazione episodica varia dal mini-film di un’ora (più solidamente strutturato come scrittura e messa in scena) allo sketch di 20 minuti o poco più, fino alla barzelletta sceneggiata che si esaurisce in una manciata di minuti.

Gli anni 60 hanno segnato l’apoteosi della frammentazione comica, in cui i temi ricorrenti erano il dongiovannismo, le truffe di carattere economico e l’infedeltà coniugale, all’interno di film suddivisi in episodi intrecciati oppure in una moltitudine di segmenti separati di breve durata a cui prendevano parte quasi tutti i grandi noti del cinema e delle televisione dell’epoca.

Ma la tradizione della commedia a episodi che ha generato sporadicamente capolavori, ha preso il via con un pionieristico film-inchiesta scritto da Cesare Zavattini.

“Amore in città” (1953) è da considerarsi il primo autentico film a episodi italiano che guarda già alla commedia, pur portandosi dietro un notevole sapore tardo-neorealista. L’episodio conclusivo dell’opera “Gli italiani si voltano”, diretto da Alberto Lattuada, è una spiritosa candid camera che indaga le reazioni degli uomini italiani al passaggio di belle e procaci ragazze. Qui c’è già in nuce l’italico gallismo che sarà, come già detto, uno dei temi portanti di tutta la commedia episodica dei 60 e dei primi 70.

“Gli italiani si voltano” mescola, come tutto il film, la realtà e la sua ricostruzione finzionale, difatti tra le passanti possiamo riconoscere una giovanissima Giovanna Ralli e in uno dei guardoni il futuro maestro Marco Ferreri.

Dopo le prime prove dagli echi ancora neorealisti, come “L’oro di Napoli” (1954) di Vittorio De Sica in alternanza fra tragedia e commedia, il versante realista o semplicemente patetico viene sempre meno all’interno del cinema a episodi, lasciando più spazio alla farsa. Titolo-faro che segna questo passaggio è senza dubbio “Un giorno in pretura” (1953) di Steno, dove anche se il velo della malinconia risulta ancora presente si tende verso una maggiore propensione per la caricatura e lo sketch anche malizioso, allestendo un’allegra passerella da avanspettacolo in cui resta immortale l’”Americano” Nando Moriconi di Alberto Sordi.

Steno con “Un giorno in pretura” oltre ad aver dato una nuova forma alla nascente commedia a episodi, ha anche gettato le basi per il piccolo filone della commedia giudiziaria, che egli stesso proseguì 32 anni dopo con “Mi faccia causa” (1985).

Prima di esplodere definitivamente con il capolavoro-manifesto di Dino Risi “I Mostri”, la commedia a episodi dei primi anni 60 alterna spinte moderniste e retaggi neorealisti.

Se da un lato Vittorio De Sica insiste stancamente sui propri cliché popolari con “Ieri, oggi, domani” (1962), di cui si ricorda solo lo strip della Loren in largo anticipo sulla commedia sexy, e “La Riffa” del collettivo “Boccaccio 70” (1962), Marco Ferreri irrompe dissacrando la solitudine perversa del maschio maturo (“L’uomo dei 5 palloni”, “Il professore”), inserito malamente all’interno degli episodici “Oggi, domani, dopodomani” (1965) e “Controsesso” (1964).

 L’umorismo nero e grottesco di Ferreri poco aveva da spartire con la coeva commedia popolare a episodi e ben presto la sua opera venne inserita in altri contesti.

La deformazione grottesca dei difetti italioti esibita da Risi con I Mostri, straordinario punto d’incontro tra la neonata commedia all’italiana e il nascente filone episodico, viene ripresa dallo stesso Risi, con il supporto di Ettore Scola e Mario Monicelli, 14 anni dopo con “I nuovi Mostri” (1977), autentico canto del cigno di un’epoca e di un genere.

Ma il gusto per l’eccesso e la caricatura torna nei primi anni 90 grazie a Enrico Oldoini il quale guarda proprio a Risi per il suo dittico “Anni 90” (1992) e “Anni 90 parte seconda” (1993), in un’epoca in cui la commedia all’italiana era decisamente agli sgoccioli e la commedia di Natale era ormai il filone sovrano. Oldoini parla della generazione x con ironia facilona ma a tratti ficcante, fra tangentopoli e aids, discoteche e promiscuità sessuale, droga e razzismo, confezionando quadretti talvolta banali, talvolta ameni e gustosi.

La commedia a episodi di carattere mostruoso ritorna sempre per mano di Oldoini negli anni 00 con “I Mostri oggi” (2009), carrellata aggiornata sulla crudeltà dell’italiano piccolo piccolo ai tempi di internet, con veri e propri omaggi alle precedenti opere di Risi & co.

Ma il tratteggio grottesco nella commedia a episodi degli anni 60, sempre più comica e meno amara, si fa bonario nei vari “I motorizzati” (1962), “Gli imbroglioni” (1963), “I maniaci” (1964), da cui scaturisce una satira annacquata della solita Italietta arrivista e complessata, formula riproposta fino al pessimo “I fobici” (1999) di Giancarlo Scarchilli.

Il sesso in chiave di farsa ha abitato gran parte del filone fin dai primi anni sessanta, “Siamo tutti pomicioni” (1963), “Letti sbagliati” (1964), ma solo nei 70 il tema si è spinto veramente oltre i parametri della semplice commedia di costume, sfociando in un grottesco-fantastico a volte non esente da un certo alone perturbante e sgradevole. Da citare al meno il capostipite “Vedo nudo” (1969) e l’ancor più riuscito “Sessomatto” (1973) entrambi di Risi.

Il tema di vizi e tabù, frustrazioni e perversioni in forma di sketch dal ritmo vorticoso è stato tardamente ripreso dai Vanzina con “E adesso sesso” (2001), a cui gli è superiore per cinismo il recente “Gli infedeli” (2020) di Stefano Mordini.

Nel corso del tempo la commedia a episodi è sempre sopravvissuta sotto diverse forme come la formula bis degli anni 80, ripartita in due storie, oppure il barzelletta-movie di cui il vanziniano “Le barzellette” (2004) resta l’epitome perfetta. Abbiamo poi la commedia mattatoriale in cui un solo attore interpreta più ruoli all’interno di storie incrociate per far risaltare le proprie doti camaleontiche come lo straordinario “Un sacco bello” (1980) di Carlo Verdone, il discreto “La fame e la sete” (1999) di Antonio Albanese e il terribile “Bagnomaria” (1999) di Giorgio Panariello. Cambiano le stagioni e gli interpreti e con loro anche la formula a episodi cambia fino alla piena consunzione e quasi estinzione, incrociata persino con il softcore, “Fermo posta Tinto Brass” (1995), e che con “Feisbum – Il film” (2009) raggiunge il proprio capolinea, sottolineando l’incapacità dell’Italia attuale di raccontarsi nella frenetica frammentazione grottesca dello sketch, dove il linguaggio da twitt ha preso il sopravvento sulla scrittura comica.

10 cult a episodi

I Mostri (1963) Dino Risi

Capolavoro assoluto del genere sulla deformazione grottesca di vizi e manie degli italiani. Gassman e Tognazzi in excelsis.

Letti sbagliati (1964) Steno

Tra le migliori commedie a episodi degli anni 60, malizioso e ricco di battute sconce, per l’epoca. Memorabile il tentato stupro di Vianello ai danni di Margaret Lee.

Le bambole (1964) Risi, Comencini, Rossi, Bolognini

Con Letti sbagliati resta il miglior esempio di commedia pre-sexy a episodi. Notevole lo strip della Lollo.

Marcia nuziale (1966) Marco Ferreri

Tra le poche “commedie” scritte e dirette da Ferreri, requisitoria di straordinaria potenza metaforica sulla famiglia italiana. Tognazzi unico mattatore.

Noi donne siamo fatte così (1971) Dino Risi

Quasi una versione al femminile e femminista de I mostri, Risi usa la duttilità comica della Vitti con esiti straordinari.

Sessomatto (1973) Dino Risi

Cult assoluto della commedia erotica a episodi con un Giancarlo Giannini in pieno fregolismo feroce e una Laura Antonelli provocante e spiritosa.

Uccelli d’Italia (1985) Ciro Ippolito

Gli Squallor al loro meglio in un hellzapoppin sguaiato e geniale tra finti trailer e siparietti sconci, per una satira esilarante della crisi culturale degli anni 80.

32 Dicembre (1988) Luciano De Crescenzo

Terza prova cinematografica per l’umorista-filosofo partenopeo, questa volta a episodi. Si mescolano allegramente stereotipi su Napoli, relatività del tempo e matti da barzelletta.

Le barzellette (2004) Carlo Vanzina

Il miglior Vanzina comico degli ultimi anni, una serie di barzellette strutturate in maniera sherazadiana. C’è persino il “signor Rossi” e si ride di brutto proprio per il grado zero di scrittura comica.

La brutta copia (2004) Massimo Ceccherini

Film mai distribuito in sala resta il migliore di Ceccherini regista, ma il segmento più riuscito non lo vede protagonista, incentrato su un sosia di Celentano, tra umorismo toscano e improvvise folate di malinconia poetica.

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