Cinema News — 16 gennaio 2014

Titolo: Il Capitale Umano
Regia: Paolo Virzì
Soggetto: Stephen Amidon
Sceneggiatura: Francesco Bruno, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Cast: Fabrizio Bentivoglio, Fabrizio Gifuni, Valeria Bruni Tedeschi, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Bebo Storti, Matilde Gioli, Guglielmo Pinelli, Giovanni Anzaldo
Fotografia: Jérôme Alméras
Montaggio: Cecilia Zanuso
Scenografia: Andrea Bottazzini e Mauro Radaelli
Musiche: Carlo Virzì
Produzione: Rai Cinema, Motorino Amaranto, Indiana Production
Distribuzione: 01 Distribution
Nazionalità: Italia, Francia
Anno: 2013
Durata: 109 minuti

Dopo la nostalgica malinconia de La Prima Cosa Bella e la straripante vitalità di Tutti I Santi I Giorni, Paolo Virzì torna in sala con un’opera che tradisce le aspettative. Nel senso che chi confidava in una commedia rimarrà spiazzato, nel senso che il regista livornese sembra cambiare di colpo le corde del suo cinema, nel senso che proprio non ci aspettavamo un film del genere. Il Capitale Umano, pur con momenti di divertimento alla Germi – pensiamo a Signori e signore – è un dramma robusto, cupo e inesorabile.
Non sveliamo l’architettura della suddivisione in capitoli, basti sapere che i primi tre si intitolano ciascuno con il nome del personaggio attraverso il quale viene narrata la storia. Tre punti di vista per raccontare in maniera completa la stessa vicenda, con una precisione e una coerenza tali da far invidia al miglior Iñárritu. Vedere per credere. Anche stavolta aiutato dal fido collaboratore Francesco Bruno e coadiuvato dal bravo Francesco Piccolo, Virzì firma una sceneggiatura che è l’arma vincente del film, così attenta ai dettagli e così di ampio respiro da risultare pressoché perfetta. A stupire è l’abilità di portare lo spettatore verso scenari apparentemente prevedibili per poi scaraventarlo contro colpi di scena felicemente inaspettati.
Da segnalare, poi, l’esaltazione attoriale di alcuni dei nostri migliori talenti. Bentivoglio e Gifuni sono magistrali alle prese con l’accento brianzolo: il primo simpaticamente detestabile, il secondo cinicamente spietato. Spicca poi Valeria Bruni Tedeschi, alla quale i tre sceneggiatori pare abbiano cucito addosso un tragico melò. Ma la vera sorpresa è Matilde Gioli, giovane ed ennesima scoperta del regista che regala un’interpretazione a due tempi: dapprima sembra semplicemente contornare le prove dei big, diventando poi autentica e viscerale nel capitolo dedicato al suo personaggio e in quello finale.
Ma di cosa parla Il Capitale Umano? Il punto di partenza sono le smanie di ricchezza di chi non si accontenta; quello di arrivo è una lucida riflessione sulla parte più ipocrita della nostra Italia, rappresentato da un certo ceto abbiente verso il quale Virzì si scaglia duramente. Un’opera complessa, che affonda il coltello sia nelle diseguaglianze socio-economiche (che nell’ambiente di provincia sembrano quasi amplificarsi) che in quelle più semplici e basilari tra uomini e donne.
Sorretta da una regia precisa con momenti di puro estro – memorabile l’incipit – e l’aiuto di strumenti tecnici d’avanguardia – l’utilizzo dei droni aeri – la pellicola colpisce anche per la scenografia glaciale e asettica, che rimarca la desolazione emotiva e culturale di quasi tutti i personaggi. Il regista, tuttavia, tiene alta la speranza, con un finale forse troppo approssimativo ma che in qualche modo sembra contraddire la tragicità della vicenda. Sono i giovani, con il loro eroico idealismo, che ci salveranno?
Liberamente ispirato all’omonimo romanzo dell’americano Stephen Amidon, che ha supervisionato il progetto e ha sollecitato i tre sceneggiatori a riscrivere la vicenda avvicinandola il più possibile al contesto italiano, il film convincerà probabilmente anche il pubblico abituato alle tinte forti delle storie a stelle e strisce, confermando Paolo Virzì come uno dei più bravi e coraggiosi registi italiani in circolazione.

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