Cinema News — 28 maggio 2013

Dopo Romanzo criminale (2005) e Vallanzasca – Gli angeli del male (2010), Michele Placido firma un nuovo capitolo di quella che possiamo definire una sua personalissima saga poliziesca. Dopo questi ottimi e discussi film, basati su fatti reali della cronaca italiana e improntati dunque a un realismo spettacolarizzato, Placido si trasferisce in Francia e dirige Il cecchino (Le Guetteur, 2012, presentato a Cannes lo stesso anno ma approdato nelle sale italiane solo adesso). Pur rimanendo nell’ambito del “cinema criminale”, si tratta di un film completamente diverso dai due precedenti: l’ambientazione (non più l’Italia, ma Parigi), il genere (polar francese con accenti da poliziesco italiano) e il carattere (nessun riferimento esplicito a fatti reali). Quello che rimane invariato è lo spettacolo, il ritmo sostenuto, l’ottima confezione estetica (fotografia, montaggio, musica) e la complessità socio-psicologica dei personaggi: il tutto unito dalla solida regia di Placido, che dirige con mano sicura un cast ricco e una vicenda complessa. Kaminsky (Mathieu Kassovitz), ex soldato diventato il cecchino di una banda di rapinatori, neutralizza durante un colpo la squadra del commissario Mattei (Daniel Auteuil), che si mette sulle sue tracce. Catturato grazie a una soffiata, Kaminsky evade e si mette alla ricerca del traditore (lo stesso uomo che sta uccidendo i suoi complici), trovandosi così tra due fuochi: l’assassino e il commissario, che continua la sua caccia all’uomo. Il cast è straordinario, e assolutamente “polar”: Auteuil dà vita a un poliziotto caparbio e tormentato (come nei due classici di Olivier Marchal, 36 Quai des Orfèvres e L’ultima missione); Kassovitz, celebre regista de L’odio, Assassin(s) e I fiumi di porpora (dei primi due ne è anche interprete), delinea invece una figura di delinquente abbastanza singolare. Mattei e Kaminsky sono due personaggi da polar “vecchio stile”: il commissario disilluso ma inflessibile, il criminale crudele solo se necessario (quando è possibile, si limita a ferire i poliziotti, senza ucciderli), e fra i due si stabilisce una sorta di guerra psicologica e fisica improntata a un certo rispetto (anzi, il finale esagera nel buonismo, viste anche le ragioni personali del conflitto che emergono durante il film). Dunque, echi da polar classico (pensiamo al rapporto fra il commissario Lino Ventura e il boss Jean Gabin nel capolavoro Il clan dei siciliani di Henri Verneuil) rivisitati con una crudeltà e un cinismo tipici del cinema contemporaneo. Un altro nome illustre è Olivier Gourmet (Nemico pubblico N.1 – L’ora della fuga di Jean-François Richet), nel ruolo del medico Franck, un personaggio in apparenza secondario ma che diventa sempre più importante nel corso del film, divenendo un elemento cardine del meccanismo narrativo. La componente italiana del cast è affidata a Luca Argento (Nico, un uomo della banda) e a Violante Placido, figlia del regista (Anna, la moglie di Nico). Il cecchino è dunque fondamentalmente un noir/poliziesco francese, ma con rapine, violenze e sparatorie che trasmettono un gusto squisitamente italiano. La rapina iniziale, con la sparatoria in strada e il cecchino sul tetto, merita di entrare in un’ipotetica antologia poliziesca, con la sua lunga durata (cinque minuti di adrenalina) e una messa in scena accuratissima, sia nell’aspetto visivo (notevoli, per esempio, i dettagli sulle armi e i car-crash) che sonoro (i proiettili sparati hanno un’acustica eccezionale). Notevoli anche le sparatorie successive, in particolare quella che prelude alla resa dei conti finale. La crudeltà e il sangue abbondando: anzi, la figura del medico Franck, sadico e psicopatico assassino che sequestra e tortura giovani donne, conferisce al film, in certi punti, un’atmosfera da thriller orrorifico. La tensione e il ritmo non cedono nemmeno un minuto, anzi la vicenda si fa man mano più intricata (forse anche troppo). L’analisi psicologica è certosina, e mai scontata, sia nelle dinamiche della gang che nei singoli personaggi. Michele Placido, con Il cecchino, dipinge dunque un bel ritratto del milieu francese, così come nei due film precedenti aveva fatto con la malavita italiana: possiamo dire che, se con Romanzo criminale e Vallanzasca Placido vuole rappresentare vicende reali rendendole spettacolari, con questo nuovo film punta invece a rappresentare una vicenda spettacolare rendendola il più possibile realistica. E l’obiettivo è pienamente raggiunto.

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