Archivio film Cinema Eventi News — 11 Settembre 2019

L’esperienza al Lido di Venezia durante la Mostra d’arte cinematografica equivale sempre di più a una compulsiva e sfrenata rincorsa tra gironi e bolge di dantesca memoria. Partenze, arrivi e ritorni sotto il sole di fine agosto, tra selfie con le star del Red carpet o con l’onnipresente spritz. Insomma Venezia 76 gente che va, gente che viene, ma cosa resta delle visioni oltre all’afa lagunare che ci fa sciogliere in un deliquio di croce e delizia come il Dirk Bogarde di “Morte a Venezia”?

Nel bene e nel male è stata una kermesse che (forse) non ci si aspettava, dove è uscito trionfante il ghigno del Joker, primo Leone d’Oro a un cinecomic, già una scommessa trovarlo in concorso. Due vittorie italiane con  la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile a Luca Marinelli nel Martin Eden di PietroMarcello e il premio speciale della giuria assegnato a Franco Maresco per il suo La mafia non è più quella di una volta.

Sotto il velo di Maya dell’inconsistenza festivaliera si è volto lo sguardo verso un maledettismo cinematografico addirittura premiato, oltre che lodato. Il Joker diPhoenix/Phillips e l’opera di Franco Maresco, due outsider che si sono presi una rivincita nel Lido dei fighetti da selfie.

Inoltre le polemiche femministe lanciate dal presidente di Giuria Lucrecia Martel nei confronti di Roman Polanski, sono state decisamente mitigate con l’assegnazione del Gran premio della giuria a J’accuse, opera di fondamentale importanza per la cinematografia polanskiana, canto del cigno della sua etica e della sua estetica.

Miglior regia per About Endlessness di Roy Andersson, il cineasta svedese porta a casa un’altra vittoria dopo il Leone d’Oro di cinque anni fa ottenuto con il suo “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”.

Ma al di là del verdetto finale, la 76A Mostra d’Arte Cinematografica ha presentato diverse opere in grado di leggere il presente, di decifrarlo attraverso anche il metalinguaggio del teatro e dell’arte. Marriage story di Noah Baumbach (per chi scrive è un vero capolavoro),  commedia del rimatrimonio straziatanegli ingranaggi di uno psicodramma teatrale. L’autore di The Meyerowitz Stories e Frances Ha mescola Screwball-comedy e tragedia sentimentale, una presadi coscienza sullo stato attuale del rapporto di coppia e della famiglia, in cui risate e lacrime si alternano senza soluzione di continuità. La Johansson e Driver giganteggiano dall’inizio alla fine. Anche il tanto criticato Ad Astra è stata una delle grandi sorprese di questa edizione, James Gray piega lo sci-fi alle regoleetiche del viaggio umano alla ricerca di sè stessi, proseguendo un personalissimo Cuore di tenebra già iniziato con il precedente Continente perduto.

De Filippo riletto da Mario Martone ha sortito un effetto di totale straniamento, Il sindaco del rione Sanità è decisamente l’opera meno martoniana dell’autore napoletano, puro cinema da camera in cui la parola (e il dialetto) superano il discorso sui corpi sempre presente nella sua filmografia.

Martone riesce a stravolgere in commedia popolare (quasi alla Franciolini) l’archetipo di Gomorra, un’autentica sfida brillantemente superata.

Debole il film di Hirokazu Kore’eda che ha aperto la Biennale Cinema. La vérité è una sorta di Effetto notte sul rapporto tra madri e figlie, attraverso un gioco (a volte telefonato) di rispecchiamenti e rovesciamenti tra realtà e finzione, persona e personaggio. La Deneuve e la Binoche regalano comunque una buona prova sempre in bilico tra calcolata idiozia sit-com e dramma familiare, cardine del cinema dell’autore giapponese.

Decisamente poco riuscito Verdict del filippino Raymund Ribay Gutierrez, una storia di violenza domestica raccontata con stile piatto, quasi una versioneincolore e debole dei grandi drammi di Lino Brocka.

Nonostante le critiche piovute da diverse parti sulla 76A Mostra del Cinema di Venezia, la sostanza cinematografica è sopravvissuta all’iper-giostra festivalierache tutto inghiotte e anestetizza, specialmente un’autorialità anticonvenzionale come riprova che il cinema possiede ancora uno spirito belligerante  in grado di squarciare qualsiasi tendenza dell’ultima ora.

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