Cinema News — 02 novembre 2012

In un universo cinematografico dove l’immaginazione e la creatività stanno velocemente scomparendo per lasciare spazio a prequel, sequel e, naturalmente, remake, era gioco forza che un regista come Alfred Hitchcock cadesse vittima di questa nuova tendenza hollywoodiana (ma non solo). Tra i suoi film riletti da giovani registi emergenti, nel 1998 uscì al cinema Il delitto perfetto, diretto da Andrew Davis, il quale però sembra ispirarsi più alla pièce teatrale di Frederick Knott che al film di Hitchcock, viste le molte differenze tra le due pellicole, a partire dal motivo stesso per cui Davis, o meglio lo sceneggiatore Patrick Smith Kelly (ma ancor di più il co-produttore Christopher Mankievicz), si sono imbarcati in questa ennesima riproposizione di un classico intramontabile: Sono sempre stato affascinato da Dial M for Murder, ha dichiarato Christopher Mankievicz, “ma sentivo che c’era un potenziale che non era mai stato sfruttato… pensavo che elementi come l’avidità, la gelosia e l’intrigo, che sono l’essenza della storia, fossero molto attuali e che si poteva ambientare tutto il resto negli anni ’90 e farne un nuovo, straordinario film”.

Adesso, che l’idea potesse essere originale e intelligente potremmo anche accettarlo, ma sul fatto che il risultato possa definirsi straordinario nutriamo qualche ragionevole dubbio. Il delitto perfetto di Davis è un thriller moderno che porta in sé tutti i difetti del genere, nonostante la presenza di due star come Michael Douglas e Gwyneth Paltrow e dalla compartecipazione del bravo Viggo Mortensen (l’ormai mitico Aragorn della trilogia de Il signore degli anelli). Poi naturalmente ci sono i soldi e l’importanza che ricoprono nella vita moderna; l’amore visto attraverso due diverse prospettive: la passione dei due amanti e la fredda natura calcolatrice e vendicativa del marito tradito; infine, ma non meno importante, l’intreccio di tre vite diversissime tra loro che gioco forza si troveranno a doversi confrontare per la salvezza di ognuno. In ballo, infatti, non c’è soltanto l’immenso patrimonio di Emily/Paltrow ma ben altro: c’è la salvezza (economica e morale) di un pittore di talento con alle spalle un passato a dir poco imbarazzante; c’è la salvezza di una donna tanto ingenua da non rendersi conto di quanto sia importante il suo conto in banca; infine, c’è la salvezza di un uomo apparentemente ricco, felice e potente ma che in realtà non è altro che un povero frustrato senza amore, affetti né amicizie. Tutti e tre ostaggio del potere del denaro e che in un accadimento (ahimè) comune come un tradimento, trovano un inaspettato complice.

Per Steven/Douglas la tresca della moglie non rappresenta altro che la possibilità di mettere a punto ciò a cui ha sempre mirato: ucciderla e ereditarne l’immenso patrimonio. Per David/Mortensen è nello stesso tempo la possibilità per riabilitarsi definitivamente, ma anche l’opportunità di un ennesimo colpo da maestro (da qui la natura tormentata del personaggio che Mortensen rende ottimamente). Per Emily/Paltrow è la scintilla per trovare il coraggio di lasciare suo marito e provare a vivere una vita come davvero ha sempre sognato. Tutto avviene in breve tempo, quasi in un fermo immagine che per qualche giorno blocca le vite dei tre protagonisti e li mette davanti a un bivio. Una scelta che va in antitesi con quella del prototipo hitchcockiano, in cui la dimensione temporale era dilatata e dove l’ideazione del delitto perfetto da parte di Tony/Milland avviene nel giro di anni, ma che soprattutto trova la sua spiegazione nel dolore che prova l’uomo quando scopre che la moglie lo tradisce. La sofferenza è talmente tanta, che Tony vorrebbe addirittura ucciderla, rimanendo giorni, settimane, mesi seduto in una squallida caffetteria cercando di trovare il modo di farla fuori, senza però fare mai menzione dell’eredità. Il suo è un piano che nasce dal dolore e dove i soldi assumono rilievo soltanto in un secondo tempo.

Il remake di Andrew Davis si inserisce perfettamente nella direzione presa dal cinema degli ultimi quindici-venti anni, in cui l’attore, il divo, la star hanno preso il posto d’onore a discapito dell’intreccio e della sceneggiatura. Spesso, quanto mai recentemente, capita di accorgersi che certi film sono stati scritti appositamente per determinati attori e quanto fatto da Patrick Smith Kelly per questo remake non fa altro che confermare la preoccupante tendenza. Ormai ciò che conta non è più la storia, ma chi la interpreta, e così ecco che ne Il delitto perfetto Michael Douglas e Gwyneth Paltrow assumono un’importanza e una centralità ben diversa da quella che nel prototipo avevano avuto Ray Milland e Grace Kelly. In Hitchcock i due attori erano al servizio della storia, mentre in Davis è la storia a essere al servizio delle due star. Sono loro i protagonisti, sono loro che la telecamera deve pedinare, con la differenza, però, che, mentre i secondi emanavano un carisma magnetico a ogni inquadratura ed erano in grado di rapire lo spettatore con uno sguardo o con una parola, di Douglas e della Paltrow rimane poco: lui gigionesco e scostante e lei smancerosa, irritante e distante nella sua quasi austera e inarrivabile bellezza.

Lo Steven Taylor del remake di Davis è un uomo deciso, pronto a tutto pur di mettere le mani sul patrimonio della moglie e risolvere così i suoi guai finanziari, mentre il Tony di Hitchcock è un mantenuto, uno spiantato che nella sua natura sempre sorridente e superficiale si diverte a giocare a tennis potendo fare tranquillamente affidamento sui beni della moglie; lo Steven di Davis è un professionista di Borsa che vorrebbe in tutti i modi sganciarsi dalla dipendenza economica nei confronti di Emily, e anzi usarla per mettere una pezza sui suoi guai, mentre il Tony di Hitchcock è un uomo ferito per cui l’assassinio della moglie non rappresenta altro che una vendetta. Il volto di Steven Taylor è spigoloso, serio, quasi da boss della mafia, mentre Tony Fisher è un irriverente: quando ricatta il vecchio compagno d’università per convincerlo a uccidere la moglie lo fa sorridendo, quasi divertito; perfino alla fine, quando ormai capisce di essere stato scoperto, sorride e offre da bere a tutti. Il personaggio hitchcockiano porta in sé un’incoscienza quasi infantile che nello Steven di Davis è assente, sostituita da un cinismo e una ferocia che lo portano a diventare un assassino spietato. Impettito dentro i suoi completi dal valore inestimabile, è molto più simile a un narcotrafficante colombiano che a un marito tradito; il suo modo intimidatorio di trattare le persone, lo fanno somigliare più a un boss mafioso che a un professionista di Borsa; si permette perfino di minacciare velatamente la moglie con un laconico “E se non ci fosse un domani?”, simbolo della sua sete di onnipotenza ormai alla deriva. Ma nello stesso tempo è molto più diabolico di Tony, nel momento in cui deve sviare le indagini: con quel suo volto solcato da un sorriso rassicurante quanto ipocrita, riesce a convincere la moglie anche delle cose più improbabili, in un continuo gioco di specchi che lo vedono sempre (sia da ricattatore o da ricattato) nella parte del burattinaio. Il Tony di Hitchcock è invece molto meno pronto alla risposta, il suo volto e i suoi movimenti evidenziano agitazione e panico, e anche se alla fine riesce a tirarsi fuori dal fango, lo fa sempre dando l’impressione di stare per cedere, di essere a un passo dal baratro.

Simile, la diversità dei personaggi femminili: ciò che incarna Grace Kelly nel prototipo di Hitchcock è quanto di più lontano possa esserci dalla Emily della Paltrow. Margot è una donna indifesa, gracile fisicamente ma anche psicologicamente, e anche se fin dalle prime sequenze la vediamo baciarsi con indifferenza prima col marito e poi con l’amante, ciò non significa che sia una donna forte e decisa, anzi. È fin da subito una vittima, di se stessa innanzitutto, e del suo non trovare la forza di rivelare al marito della sua relazione, ma vittima anche dei due uomini che ama: da una parte Tony, l’uomo che ha sposato e che da qualche tempo sembra essere cambiato, prestandole molte più attenzioni; dall’altra Mark, lo scrittore di gialli, tutto fascino e magnetismo. Margot non si rende mai conto di ciò che ha architettato il marito, per lei tutto ciò che Tony le dice è giusto e spiegabile, e anche quando vorrebbe aver chiarito il motivo della telefonata di Tony che l’ha svegliata in piena notte, non insiste più di tanto. È una donna sola e indifesa (molto simile in questo al personaggio che la Paltrow avrebbe interpretato molti anni più tardi in Seven di David Fincher) che da vittima diventa carnefice, finendo davanti a un tribunale dove, ancora una volta, non riesce neppure a difendersi, andando così incontro a una condanna a morte. È una moglie che fino al giorno prima dell’esecuzione chiede di suo marito, si preoccupa per lui, chiede di vederlo per l’ultima volta… un concentrato di ingenuità e dolcezza che il viso angelico di Grace Kelly (vedi anche La finestra sul cortile) ha reso indimenticabile.

Niente di tutto ciò è la Emily di Gwyneth Paltrow, o almeno non completamente: nella prima parte del film l’idea che lo spettatore si fa della donna può essere anche avvicinata a quella di Margot, soprattutto quando vediamo Emily come una donna impegnata nel sociale, ma tormentata dalla relazione con l’amante. Nella seconda parte, invece, tutto cambia: dopo aver subito un’aggressione, Emily si trasforma in una piccola Miss Marple e si mette sulle tracce del suo assalitore, nel tentativo di capire chi capirne il motivo: la vediamo indagare sui conti del marito, la vediamo tendergli una trappola finale degna della migliore Agatha Christie, la vediamo ucciderlo senza troppa titubanza. La bella e ingenua Margot si trasforma quindi nella moderna e furba Emily, donna in carriera con l’hobby di combattere la fame nel mondo.

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