Archivio film Cinema News — 04 Marzo 2018
Interpreti: Daniel Day-Lewis: Reynolds Woodcock
Lesley Manville: Cyril Woodcock
Vicky Krieps: Alma Elson
Bian Gleeson: dott. Robert Hardy
Harriet Sansom Harris: Barbara Rose
Sue Clark: Nana
Montaggio: Dylan Tichenor
Musiche: Jonny Greenwood
Costumi: Mark Tidesley
Trucco: Ann Fenton

"Era la bianchezza della balena che sopra ogni cosa mi sgomentava"
(Herman Melville - Moby Dick, capitolo XLII)
Se ci pensiamo bene quasi ogni film di Paul Thomas Anderson si costruisce sul rapporto maestro/allievo poi irrimediabil
mente ribaltato in sfruttatore/sfruttato.
Ricordate come inizia Sydney capofila della filmografia andersoniana? 
John C. Reilly è un disperato seduto davanti ad un fast food, incontra il giocatore Sydney
che gli cambia la vita, ed ecco il successo, si ma a quale prezzo? Questo vale per il Mark Wahlberg di Booghie nights che da Eddie Adams diventa 
Dirk Diggler nuova stella del porno e ancora la follia di onnipotenza di Daniel Day-Lewis in Il Petroliere,padre/demi
urgo del proprio figlio/dipendente e che dire del pernicioso gigantismo di Philip Seymour Hoffman, in The Master, 
esercitato sul disadattato Joaquin Phoenix? 
Bene ogni film di Paul Thomas Anderson potrebbe benissimo principiare con il classico "Chiamatemi Ismaele" (pronunciato in voice off), una presentazione diretta del protagonista al fruitore, 
un mettersi direttamente in scena come relitto di una società sconfitta, di un Pequod sociale colato a picco insieme
al dorato American Dream. 
L'Ismaele di turno incontra la follia di onnipotenza di un Achab(magnate del cinema, della
truffa, del gioco, del petrolio, della moda) che decide di portarlo al successo per poi trascinarlo nel gorgo della
sua pazzia.
Non si discosta da tutta questa premessa Phantom Thread, anzi ne esalta il portato magnificandolo nel proprio
orpello sartoriale. La febbrile scintilla della follia creativa diventa auto-distruttiva (inquanto monomaniaca) e
appunto,come recita giustamente il titolo originale, è un filo fantasma e non nascosto, perchè presente ma non 
immediatamente avvertibile, perciò molto insidioso e al contempo ammaliante. 
Il filo invisibile è la malattia che attraversa la geniale mente del sarto Woodcock, il quale incontra per caso(?) la giovane e scialba cameriera Alma e
ne fa la propria musa ermeneutica, accecandola con la bianchezza inconoscibile ma seducente del proprio Io. 
Daniel Day-Lewis traduce in pose minimaliste il gigantismo rabbiosamente alcolico che abitava la figura di Plainview in Il petro
liere, e giocando in sottrazione con gesti infinitesimali lascia trasparire una febbre di consunzione che a poco a 
poco avvolge l'apparente remissività di Alma(Vicky Krieps è meravigliosa!).
Paul Thomas Anderson dal par suo contrappone alla decadente monumentalità di There Will Be Blood(tutta profondità di campo e totali fordiani) un'elegia da camera 
ardente, tutta dettagli d'interno e progressivi spostamenti del piacere, in cui il bianco predomina, ammalia, inghiotte,
annichilendo corpi e anime.
La magione woodcock, gli abiti della sartoria, i camici delle lavoranti tutto è biancore
malato, anticamera di una passione che nullifica e porta alla morte, punto estremo di accecamento che il cinema di 
Anderson ha sempre ricercato nella vastità oceanica dell'infinito destino umano, come le distese di sabbia per un 
amplesso infinito con il nulla(The Master). 
C'è chi ha avuto il coraggio di storcere il naso davanti a questa mirabile epitome del cinema andersoniano, finis africae di una poetica coerente e precisa forse pronta a cambiare rotta nel suo
lasciarsi trasportare dai marosi di una febbre folle, quale zattera fatiscente di una Hollywood fantasma. 
Il mito di Pigmalione, tanto magnificato ad esempio da Cuckor(A Star Is Born, My Fair Lady) qui si ripropone nella
raffinatezza dei tessuti e del decor, ma con la preponderanza ossuta di una morte necessaria che si palesa subitanea
sotto il velluto della confezione preziosa.
"Ma si trovava sempre il mezzo di sfidare lo stesso Maelström"
(Edgar A. Poe - Una discesa nel Maelström)
La frase "Mai maledetto" trovata da Alma nel risvolto dell'abito è una sorta di contravveleno alla poetica stessa
dell'autore, maledetta sempre come i personaggi che la percorrono. Questo antidoto possibile lo trova Alma(ovvero
Anima) la guida spirituale di Woodcock, proprio lei che decide di dargli una lenta morte come unica ascesi possibile
al paradiso dei sensi e dell'anima.
La sfida sottilmente perversa tessuta da Alma opera un capovolgimento tra i due, 
la vittima diventa carnefice, ma un carnefice compassionevole nella sua spietatezza. 
Paul Thomas Anderson opera qui un doppio ribaltamento oltre il passaggio da maestro-allievo a sfruttatore-sfruttato, procedendo con un'inversione di 
segno.
Anche il biancore avvolgente, con il procedere della lenta malattia di Woodcock, cede il passo ad un giallo-
verde elegiaco degno del miglior lirismo sovietico. 
La sconvolgente sequenza della preparazione della omelette ai funghi, tutta composta da minuti dettagli, con ritagli di cibo sulla tavola come nature morte pronte alla putrefazione,
ha il sapore di un capolavoro di Sokurov o Chuciev, in cui si avverte il lento appassire del tempo e della vita.

E io ch'al fine di tutt'i disii appropinquava, si com'io dovea, l'ardor del desiderio in me finii.
(Dante Alighieri - Paradiso, canto XXXIII)
Il termine della consunzione prima della pacificazione dei sensi tra Alma e Woodcock avviene nell'intimità 
escrementizia del bagno, vicino al cesso, attraverso uno stringersi/baciarsi nella malattia. Poi l'eterno ritorno di
un sogno-passato, irrorato di una bianchezza accecante ma ora non più inconoscibile.

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