News — 30 Dicembre 2018


In tema di rapinatori stagionati ci si ricorderà di un film di Martin Brest, Vivere alla grande, in cui tre anziani pensionati, in un impeto di senile vitalità, assalivano mitra in pugno una banca, a mo’ di beffardo riscatto per una vita interamente vissuta nel grigiore. Nel quarto lungometraggio di David Lowery, Old Man & the Gun – pure sceneggiato dall’autore su ispirazione dell’omonimo articolo di David Grann – non ci si sofferma tanto sulla figura realmente esistita di Forrest Tucker, artista dell’evasione, fuggito per sua stessa ammissione 18 volte con successo e 12 senza, quanto nel dare al ritratto di un malvivente connotazioni e ambientazioni da cinema romantico e nostalgicamente fuori moda: la rancida realtà dell’epilogo acquista così fiabesco sapore, accentuato da ironiche didascalie, e il sorriso esorcizza il resto. Il fatto poi che, con questo prodotto, l’ottantaduenne Robert Redford, icona della Hollywood anni Settanta, scelga di congedarsi dagli schermi, sta a ribadire che non è più tempo per simili operazioni o per chi ne ha fatto la fortuna. Se i miti non invecchiano, parafrasando Tullio Kezich, un certo cinema invecchia eccome; tuttavia, i casi recentissimi di Un sogno chiamato Florida, Tonya, e soprattutto di Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Charley Thompson, restano come tracce sparse, echi d’una memoria narrativa sospesa tra psicologie e situazioni, di fatto mai davvero sepolta: quasi un indiretto invito alle odierne generazioni nel mare magno delle produzioni commerciali. E se in Lucky si assisteva al testamento del caparbio novantenne Harry Dean Stanton, nel film di Lowery lo spettatore non fatica a ritrovarne l’analogo spirito nella filosofia esistenziale di Tucker: anch’egli un indomabile, il cui modus operandi – cappello nero alzato a mo’ di saluto, rivoltella nel trench esibita al momento giusto, immancabile sorriso da gentleman – assurgono a mitiche cifre, in linea col volto usurato dal tempo e il disinvolto charme del suo interprete. A nulla vale il proposito di mettersi tranquillo dopo anni di gattabuia e fughe: irresistibile il richiamo d’una rivalsa, impellente la voglia di mettersi in gioco. Perché Old Man & the Gun non è soltanto una biografia o un apologo sul tempo e le sue regole, ma un ulteriore tassello nel pur vasto campionario del mito in celluloide, dove la produzione a stelle e strisce si riconferma impareggiabile nel gestire il dualismo leggenda-realtà (dove l’una, si sa, la spunta sull’altra). Il dato più suggestivo dell’opera, che non arretra dinanzi alla contrapposizione tra la figura storica e la sua romantica restituzione, risiede anzi nell’elegiaca fusione tipologica: quasi che la dubbia moralità di Tucker fosse parte integrante d’un trascorso e un folklore che l’America, nella propria visione contraddittoria, non potrà forse mai debellare e che solo il cinema che fu (e ancora è, in certo qual modo) riesce a trasmettere in patina vintage. Il resto è storia, si suol dire, come la descrizione che i rapinati forniscono volta per volta del protagonista, o la barzelletta che il detective Hunt racconta al figlioletto, in banca, mentre Forrest effettua un colpo sotto il suo naso. E il protagonista in primis si presenta come affabulatore, agli occhi della stagionata vedova di cui s’innamora ricambiato, tanto che – ancor prima dei titoli di testa – descrive la propria professione con l’escamotage dell’ipotesi leggendaria. La cultura nordamericana è una scatola cinese di miti senza tempo, che non cessano di riproporsi e la cui chiave, in Lowery, è una dicitura introduttiva che riporta a Butch Cassidy (“Questa storia è quasi del tutto vera”) e tien fede all’epopea dei fuorilegge e dei suoi adattamenti: l’ex cavaliere elettrico non smette di vestire i panni di Sundance perfino nell’ultimo ruolo, amare i cavalli come l’amante Jewel e, dopo una soffiata, scegliere di farsi acciuffare in un ranch – vago ricordo, forse, dello Sterling Hayden di Giungla d’asfalto. E, come il temerario Waldo Pepper, osare l’inosabile sfidando la propria effigie, e il tempo inerente ad essa, con le ultime quattro rapine in un solo giorno. Né manca un’impronta genealogica: l’inizio della fine di Tucker, che ha luogo nel ristorante in cui incrocia e sfotte il pedinatore Hunt, riporta al casuale incontro a distanza tra il G-man Purvis e Dillinger nel film di Milius, e il volto di Warren Oates fa capolino, guarda caso, sullo schermo di un cinema in cui siedono Jewel e il protagonista. Purtroppo per l’esito, il fatto che l’America non sia un paese per vecchi, e quello in oggetto non sia un cinema per giovani, lo dice molto meglio Clint Eastwood, a sua volta ricordato nel difficile rapporto fra Tucker e la figlia (che rimanda, in Potere assoluto, a quello tra il ladro e Kate), nella maschera di cartapesta lasciata nella cella durante un’evasione (Fuga da Alcatraz), perfino nel dito-pistola puntato ai poliziotti (lo stesso mimato da Walt in Gran Torino) ch’è anche l’affiche del film. Sicché, Old Man & the Gun resta un compitino medio e diligente, privo di autentici guizzi, ardito nel tentativo di ribadire l’archetipo ipertestuale pur nella consapevolezza di non poter competere col modello, sufficientemente coraggioso da affrontare il box-office natalizio. Poco avvincente risulta la rincorsa à la Hugo fra Tucker e Hunt, che ha il torto di venire molto dopo Prova a prendermi, e un po’ sacrificati sono i disegni dei compagni di rapina, e forse delatori, Danny Glover e Tom Waits. Lo spettatore preparato sorride di fronte al tramandarsi della nota epopea di banditi e fuorilegge che si coniuga con quella dei miti cinematografici, e trova il fulcro in una fusione ch’è un ulteriore artificio. E nel novero delle numerose evasioni di Forrest, descritte per immagini nel prefinale, ecco spuntare il Redford biondo e glabro de La caccia, come i cowboy in bianco e nero del “duca” John Wayne che introducevano Il pistolero. Un’ulteriore leggenda: vera o no, poco importa. “La giornata è ancora giovane”, chiosa ironico Tucker.

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