Archivio film Cinema News — 17 ottobre 2013

Il Gabinetto del dottor Caligari
Un misterioso imbonitore da fiera fa compiere azioni delittuose a un sonnambulo di cui ne controlla la volontà. E se invece tutto fosse l’allucinazione dell’ospite di un manicomio? Considerato il manifesto del cinema espressionista tedesco, secondo lo scrittore Kracauer alla base del film si nascondeva la ribellione dei due giovani sceneggiatori, Carl Mayer e Hans Janowitz, contro le atrocità della guerra e contro le autorità. Questo racconto, infatti, alle origini era apertamente rivoluzionario: in esso avevano semi-intenzionalmente stigmatizzato l’onnipotenza di un’autorità di Stato che si manifesta con la coscrizione generale e dichiarazione di guerra. Secondo i due autori, infatti, questo racconto alle origini era apertamente rivoluzionario: in esso avevano semi-intenzionalmente stigmatizzato l’onnipotenza di un’autorità di Stato che si manifesta con la coscrizione generale e dichiarazione di guerra. Mentre il sonnambulo Cesare era stato creato creato con il vago proposito di ritrarre l’uomo comune che, costretto dal servizio militare obbligatorio viene addestrato a uccidere e ad essere ucciso. Intuendone le interessanti possibilità sceniche, Erich Pommer divenuto capo della produzione UFA nel 1923, incaricò, in un primo momento, Lang di girare il film. Dopo il suo rifiuto fu chiamato Robert Wiene che propose una modifica sostanziale del soggetto originale, modifica contro il quale i due autori protestarono invano. Infatti mentre la storia originale narrava orrori reali mettendo in risalto la follia insita nell’autorità, la versione di Wiene trasforma il tutto in un’allucinazione concepita e narrata dal pazzo Francis. Così facendo Wiene glorifica l’autorità e accusa di follia il suo antagonista. Ma la vera grande caratteristica del film resta senza dubbio la scenografia che il regista fece disegnare a tre grandi pittori espressionisti (Hermann Warm, Walter Reimann e Walter Rohrig) in quanto il popolo tedesco, trasformato dalla rivoluzione, trovava riunito nell’espressionismo la negazione delle tradizioni borghesi. . Il decoro di “Caligari” è gremito di forme frastagliate e appuntite che ricordano i moduli gotici. Questo sistema decorativo si estendeva anche allo spazio, annullandone gli aspetti convenzionali per mezzo di ombre dipinte in contrasto con gli effetti di luce e linee a zig-zag che cancellano ogni legge prospettica. Per armonizzare gli attori Wiene risolse il problema stilizzando al massimo la recitazione (definito da Dreyer “teatro filmato”). Il film, dunque, si presenta come un “disegno vivo nel quale tutto è subordinato a una visione del mondo che disarticolava la prospettiva, l’illuminazione, le forme e le architetture” (Sadoul). Il personaggio di Caligari fu interpretato da molti come un premonizione di Hitler in quanto egli usa il potere ipnotico per piegare al suo volere, tecnica che anticipa quella manipolazione dello spirito che il dittatore nazista per primo esercitò su larga scala. Destinato a restare negli anni un opera unica e insuperabile, con questo film cominciarono a manifestarsi metodi propri della tecnica cinematografica: ad esempio fu il primo di una lunga serie di film girati interamente in interni, tali da costruire interi paesaggi entro le pareti dello studio (a differenza degli svedesi o danesi che si impegnavano nel tentativo di rendere il vero aspetto di una bufera o di una foresta). La prima a New York, nell’Aprile del 1921, gli assicurò saldamente la fama mondiale anche se non influenzò mai seriamente le tendenze del cinema americano e francese, rimanendo grande e solitario come un monolito.

 


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