Attori Cinema News Registi — 12 Marzo 2019

La visione del film dei fratelli Coen LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS su Netflix suggerisce una serie di riflessioni che trascendono il film, e possono servire per aprire una discussione. Come il precedente western degli autori, il remake del GRINTA, esso dimostra che l’approccio degli autori di FARGO al genere è di tipo critico, quasi un esame radiologico eseguito sicuramente da esperti che affrontano l’argomento con intelligenza e molta cura, ma che in fondo ne restano al di fuori, non sanno e/o non vogliono farlo proprio, in poche parole non ci credono. Qui poi lo sguardo dei Coen si allarga sino ad abbracciare le propaggini italiane del genere: la scena di Buster Scruggs che in un saloon affronta disarmato un minaccioso cowboy, ma riesce lo stesso a farlo secco assomiglia molto a pressoché analoghe situazioni presenti negli spaghetti-western di Trinità, Sartana e Penitenza vari, mentre è totalmente assente dai western made in Hollywood. In estrema sintesi: 1) il western classico fu colpito a morte alla fine degli anni ‘60- prima metà dei ’70 dalla variante dirty (i film di Sam Peckinpah, SOLDATO BLU, IL PICCOLO GRANDE UOMO, I COMPARI, per citarne solo alcuni), che gli subentrò, ma senza cancellarne del tutto la struttura, che rimane ancora determinante per, diciamo così, fissare bene i paletti del genere; 2) negli anni successivi i film di Clint Eastwood lo tengono in vita, ibridi figli di John Ford e di Sergio Leone, mentre ogni tanto appaiono notevoli rivisitazioni del genere, troppo ambiziose (SILVERADO p.es.) o perfettamente gravitanti attorno agli antenati più riusciti (BALLA COI LUPI di Costner); 3)il genere in seguito non scompare, ma dirada molto la sua presenza sullo schermo, con opere che sono sovente dirette da attori/registi apparsi spesso in passato in western di ottimo livello. È il caso del citato Clint Eastwood (IL CAVALIERE PALLIDO; GLI SPIETATI), di Kevin Costner (TERRA DI CONFINE-OPEN RANGE, il suo capolavoro), di Ed Harris (APPALOOSA), di Tommy Lee Jones (LE TRE SEPOLTURE, cui fa seguito lo stupendo THE HOMESMAN). Un caso un po’ a parte è quello di Ron Howard, che, nato nella prima metà degli anni ’50, partecipa al genere come attore in varie occasioni (spesso non creditato), di cui solo 2 rilevanti, LA BANDA DI HARRY SPIKE di Fleischer e IL PISTOLERO di Siegel. Il suo THE MISSING è notevole perché, come i suoi colleghi prima citati, più anziani dunque più esperti, anche Ron dimostra di credere appieno nel tipo di film che sta dirigendo, di conoscerne bene personaggi e situazioni, di saper condividere le loro vicissitudini, le loro passioni, i loro dolori, il loro mondo. In conclusione: il western come genere è probabilmente defunto. Non si girano più le decine di B-movies che lo caratterizzavano, dirette da sommi artigiani (Budd Boetticher, Anthony Mann, Andre De Toth, Gordon Douglas, lo stesso Sam Fuller, in ordine sparso), che oltrepassavano di continuo gli steccati rigidamente loro imposti dagli Studios, oppure da autentiche macchine da produzione seriale (un nome per tutti: William N. Witney). Sopravvivono oggi dei western isolati, opera di singoli directors, che sporadicamente alimentano gli entusiasmi e le speranze (=le illusioni) dei numerosi fans non più giovani del “film di cowboys”, ma che di fatto restano casi a sé, episodi incapaci di aprire nuove strade, di rimettere in carreggiata il genere “americano per eccellenza”. La modesta, sporadica anch’essa, apparizione di western tra le innumerevoli serie televisive oggi così in auge, è la riprova di questa tragica, ma ineluttabile fine del western. O no? Se ne può discutere, credo.

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