Archivio film Cinema News — 12 aprile 2018

Cast: Bruce Willis, Vincent D’Onofrio, Dean Norris, Kimberly Elise, Camila Morrone
Fotografia: Rogier Stoffers
Musiche: Ludwig Göransson
Scenografia: Paul Kirby

Eli Roth è tornato e continua a farsi giustizia in nome di un’autarchica rivisitazione di genere. Sceriffo di un
cinema per tutti e per nessuno, Roth prosegue il suo compromesso tra mercato e occhiate cinefile.
The Green Inferno ammansiva il volto nudo e crudele del Cannibal Movie con blandizie pop-demenziali, mentre
Knock Knock era un’insulsa e sciocchina staffilata gender sull’Home Invasion.
Ci voleva il coraggio di resuscitare un character del calibro di Paul Kersey per far sprigionare scintille alla
materia stilistica di Roth e Bruce Willis coadiuva alla grande con una sottile fusione recitativo-espressiva tra
l’ironia felpata di Bronson e la sua vis pregna di malincomica rassegnazione.
Se nel caposaldo urbano di Winner il giustiziere Kersey era un architetto che passava dal rigore geometrico della squadra a quello criminoso della pistola, qui il salto forse appare ancora più beffardamente dolente: da chirurgo salva-vite a giustizialista sadico. Questo dualismo ironico-dolente è reso benissimo con un lavoro in split screen che
mette in parallelo le operazioni chirurgiche diurne al caricamento notturno delle armi, con Back In Black sparata a
tappeto. Roth confeziona un thriller tesissimo che rievoca il degrado estetico del film di Winner, richiamando anche
i parossismi armaioli degli altri capitoli bronsoniani(il fucilone del 4° episodio), senza però rinunciare ai propri
stilemi che lo hanno consacrato nel gotha dello splatter-gore.
L’elemento horror si insinua nelle pieghe del dramma-thriller innescando tutte le trappole del genere, dalla suspense
musicale ai carrelli avanti e indietro che fanno presagire una minaccia incombente e il make-up dei balordi
in casa di Kersey, ricorda quello del killer in Torso di Martino se non proprio la faccia di cuoio hooperiana.
Nessuna sterilità nel replicare il modello di riferimento e alcuna grossolana contaminazione di stile, Roth cucina a
fuoco lento gli ingredienti per poi farli esplodere in un sottofinale che non rinuncia nemmeno al torture porn, nella
sadica sequenza girata in officina.
Il bello di Death Wish 2018 è che diventa quasi un testo autoriflessivo, con momenti da satira sulle
multinazionali delle armi(lo spot del Jolly Rogers) e una linea quasi impercettibile nella scrittura tra tragico e
comico. La sequenza della palla da bowling che finisce in testa ad un criminale, produce un immediato effetto
slapstick per poi stornarlo in tragedia splatter con il conseguente spappolamento del cranio.
Ma basterebbe ammirare Willis/Kersey che rivede sè stesso in un video on-line mentre spara, per comprendere il portato
autoriflessivo e perfino autocritico dell’operazione. In tutto questo Roth non dimentica il pathos, elemento
fondamentale nel genere action. Il rapporto tra Paul e la figlia adolescente Jordan(specie durante i colloqui
sul letto d’ospedale), commuove quanto il finale di Commando, in cui Schwarzy si allontana sulla spiaggia
prendendo per mano la figlioletta di otto anni, lasciandosi alle spalle la battaglia conclusa.
Questo dimostra la complessità gemmatica di un film come Il giustiziere della notte – Death Wish. Sotto la diegesi
spartana e la mise-en-scène elementare batte fiero un cinema libero, un divertissement tutto pancia e
cervello. L’action odierno va oltre le tonitruanti esplosioni in Dolby e i muscoli rilucenti in HD, Roth ce lo
conferma una volta di più, giustizia è fatta!

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