Archivio film Cinema News — 12 Dicembre 2019

Titolo: Il paradiso probabilmente (It Must Be Heaven)

Regia: Elia Suleiman

Sceneggiatura: Elia Suleiman

Cast: Elia Suleiman nel ruolo di se stesso, Nael Kanj (vescovo), Yumi Narita e Kengo Saito (coppia giapponese), Gael Garcia Bernal nel ruolo di se stesso, Kwasi Songui (tassista), Vincent Maraval (produttore), Nancy Grant (produttore)

Scenografia: Caroline Adler

Fotografia: Sofian Elfani

Suono: Johannes Doberenz

Montaggio: Véronique Lange

Costumi: Alexia Crisp-Jones, Eric Poirier

Produzione: Edouard Weil, Laurine Pelassy, Elia Suleiman, Thanassis Karathanos, Martin Hampel, Serge Noël

Nazionalità: Francia, Qatar, Germania, Canada, Turchia, Palestina

Anno: 2019

Durata: 97 minuti

A dieci anni dall’ultimo lungometraggio Il tempo che ci rimane, finalmente il regista palestinese Elia Suleiman torna a narrare il mondo in prima persona, ponendosi al centro della scena. Nel film precedente, il filo conduttore era la malattia della madre, con una serie di digressioni nel passato dell’infanzia e della giovinezza del regista e della sua famiglia, riallacciate al dramma della Palestina.

Anche questa volta il protagonista è lui, e il suo sguardo si è fatto sempre più esterrefatto innanzi a un mondo che ovunque è preda di razzismo, violenza, follia. Presentato a Cannes, dove ha vinto il premio FIPRESCI e una menzione speciale della giuria, Il paradiso probabilmente è articolato in tre parti.

La scena iniziale riassume lo spirito dell’intero film: l’assurdità delle situazioni genera una comicità surreale. Siamo in Palestina, dove esiste tuttora una comunità cristiana spesso dimenticata. Un vescovo in chiesa guida una processione. Una porta dovrebbe aprirsi dall’interno di un locale dopo un determinato inno… Ma la porta non si apre: chi deve farlo si rifiuta. L’atmosfera mistica della cerimonia si infrange quando il vescovo, ormai esasperato, entra con rabbia nella saletta fra insulti e grida, spalanca la porta e conclude il rito. Il mondo va al contrario, e questo è solo il primo assaggio. Suleiman, con occhi rassegnati, vede l’aggressività dei giovani, assiste a scene di violenza in cui la polizia non muove un dito, osserva il suo vicino sottrargli in sua presenza i limoni dell’orto. I dialoghi sono ridotti all’osso: sono le situazioni a parlare.

Silente e sempre più estraniato in quella che è la sua patria, che sembra non riconoscere più, il regista decide di andarsene. Atterra in una Parigi da cliché: belle donne e un café con i tavolini all’esterno dove sedersi e osservare il fluire della vita. Ma anche la capitale francese è contagiata dalla follia. Atmosfere surreali in cui aerei da combattimento sorvolano la città completamente vuota. Un bullo che minaccia Elia in metropolitana. La gente in un parco che gioca a rubarsi le sedie… Terzo tempo, New York. Uno sguardo sempre più perplesso si ferma su una parodia degli americani armati fino ai denti. Una donna con la bandiera palestinese è inseguita dalla polizia. I tentativi del regista di trovare un produttore per un film sulla Palestina – in cui si inserisce un cammeo di Garcia Bernal – vanno a vuoto.

Con un umorismo che ricorda Jacques Tati, Suleiman riflette sul mondo globale che è sempre più uguale, ovunque si vada. La violenza non è più prerogativa solo di luoghi funestati dalla guerra, come la sua terra natale. Posti di blocco, controlli, sirene, allarmi sono la regola. Come ha dichiarato il regista, nei suoi film precedenti “la Palestina era un microcosmo nel mondo”, mentre Il paradiso probabilmente “cerca di mostrare il mondo come se fosse un microcosmo della Palestina”. È proprio questa la sensazione: la Palestina lo insegue, ovunque vada. Perché la violenza rende simile ogni angolo del globo.

I silenzi e gli occhi rassegnati e straniti di Elia Suleiman sono più eloquenti di tante parole. Mentre alla musica araba è affidato il compito di esternare quell’atto d’amore per la sua terra piena di contraddizioni che Suleiman non esprime: “sono arabo” e “Palestina ti amo” è il messaggio delle due canzoni scelte.

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