Archivio film Cinema Netflix News — 25 Novembre 2019

Regia: David Michôd

Cast: Timothée Chalamet, Joel Edgerton, Ben Mendelsohn, Robert Pattinson, Dean-Charles Chapman, Lili-Rose Depp.

Durata: 2h e 20 minuti

Aveva ragione Lisa Schwarzbaum quando vent’anni fa proclamava dalle colonne di “Entertainment Weekly”, a proposito delle figure regali nel cinema, che l’America era certamente la terra della democrazia ma che in segreto essa nutriva un debole per la regalità, quella vera e quella proclamatasi tale per indubbi talenti terreni (nome suggerito: i Kennedy). E aggiungeva: non c’è migliore posto al mondo del cinema per omaggiare re e regine. Quindi, con re Enrico V tornato a intasare di gloria e pathos l’immaginario cinematografico nel nuovo film di David Michôd (su Netflix dal primo novembre dopo la trasferta veneziana), a distanza di trent’anni esatti dall’incarnazione scritta diretta e interpretata da Kenneth Branagh, il discorso andrebbe riaggiornato al tempo presente. Dove, non a caso, le riverenze dell’industria dello spettacolo nei confronti di re e regine proseguono con l’inventariare titoli e fenomeni: da The Crown 3 a Caterina la Grande, e annessa pillola ironica se pure dovesse venire voglia di tener conto di Emanuele Filiberto che si presta più da giullare che da aristocratico decaduto a reclamizzare la fortezza Netflix.

Con re Enrico però siamo in zona di influenza shakespeariana, e dunque prima di evocare la Schwarzbaum andrebbe imposta quantomeno la lettura di Harold Bloom e del suo Shakespeare. L’invenzione dell’uomo. Giusto per capire di che pasta umana e autorevole il Bardo era capace nel rappresentare a teatro la vita di questi monarchi. Al cinema la regalità di Enrico è diventata invece multitask. Materia quasi inviolabile che torna a intervalli di tempo strategici e che le convenzioni impongono di riannodare alla memoria di Laurence Olivier e al brodo patriottico in cui il suo Enrico V (1945) si trovò a convivere. Prima c’era stata una lettura del monologo del giorno di San Crispino recitata dall’attore a Manchester, quindi il difficoltoso balzo sul grande schermo come interprete e regista, da cui trasferire tutto l’influsso eroico sui coraggiosi soldati inglesi impegnati a combattere i nazisti. Re Enrico è sempre stato così bravo a bisbigliare direttamente all’orecchio del suo pubblico (e dei suoi attori) che per il buon Olivier quel ruolo fu quasi una benedizione grazie al quale rifulgere di “vera” gloria laddove il servizio militare non aveva aiutato. La Schwarzbaum ha sicuramente detto il giusto nel riconoscere che Enrico V al cinema è diventato una questione generazionale. Il pubblico fine anni 80 che segue sullo schermo il Bardo del Berkshire (così si definiva Branagh all’epoca dell’uscita dell’autobiografia Beginning) mentre avanza tra i dignitari di corte e declama versi con quel suo sguardo affettato, vede apparire in controluce lo spettro di Olivier ma poi si ritrova a sguazzare nel fango di Azincourt nell’esaltazione più sfrenata ricordando – anche – la lettura pacifista di Branagh.

Il Re di David Michôd non è multitask. Non è l’esponenziale voracità artistica di un singolo uomo. Certo, l’egocentrismo appassionato e impetuoso alla Branagh c’è: lo vedi riaffiorare a sprazzi, ma è tenuto da parte come una ruota di scorta. Basato sull’Enrico IV (parte I e II) e sull’Enrico V, questo nuovo tentativo di raccontare re Enrico nasce da Joel Edgerton che già il testo shakespeariano lo aveva in passato maneggiato, e sceneggiato qui assieme a Michôd. In Il Re il giovane principe Hal (Timothée Chalamet) è suo malgrado costretto a salire al trono dopo la morte del padre e del fratello Tommaso per risanare l’instabilità politica dell’Inghilterra e le tante frammentazioni causate dal vecchio sovrano. Lui che, fino a poco tempo prima, dagli affari del padre s’era strenuamente e beffardamente sganciato lasciandosi avvinghiare piuttosto da divertimenti e bagordi in compagnia dell’inseparabile capitano Falstaff (Joel Edgerton). Da ribelle eccolo ora prode, spietato e osannato re Enrico pronto a sedere sul trono di Inghilterra soltanto dopo aver sistemato “gli affari di Francia”.

Possente e razionale, il film di Michôd scrive la sua storia compiendo il solo torto di sopprimere l’epicità poetica shakespeariana per concentrare ogni sforzo nella creazione di un dramma storico più umano e muscolare. Il Re potrà anche essere assimilato a un re Enrico dei troni di spade (in tutti i sensi, battaglia di Azincourt compresa), e trovare una sua giustificazione bellica con sensibilità più contemporanea, ma intanto rafforza un’importante riflessione sulle interferenze del potere ai danni del giovane uomo idealista lì ritratto. Il sovrano di Michôd volentieri si sfilerebbe da “guerre non necessarie” e da tutti i conflitti, ma intanto ci viene mostrato mentre rimugina e pensa alle conseguenze prima di intraprendere ogni azione. L’operazione fortunatamente funziona anche senza i versi del Bardo, rimpiazzati dal giusto idioma e qualche arguzia che ancora una volta rivela la bravura di Edgerton come scrittore (“Potete dirgli che anche l’urgenza è stata del tutto ignorata”). La pellicola per reggersi del tutto ha bisogno di argomentare con il realismo: mezzi, ambientazioni, costumi. E non semplici attrezzi di scena. Che questo re Enrico sia un po’ meno teatrale e più individuo resuscitato dalla Storia, lo si nota proprio nell’epilogo e nel suo approccio con la futura sposa Caterina (Lily-Rose Depp), alla quale Michôd infonde una inedita grinta femminista e una consapevolezza apprezzabile e spiazzante. Ma fino a un certo punto. Forse perché risucchiata nel contesto giovanile della finzione spalleggiando la bellezza angelica di Chalamet come sovrano anni luce distante dalla maschia presenza di Branagh (per dire: anche Tom Hiddleston in The Hollow Crown, la serie della BBC del 2012 che racconta la stessa cosa, ha una avvenenza particolare pur restando fedele a un’impronta teatrale). Il tutto è sintetizzato da ritmo, musica e interpretazioni appiccicate con miracolosa naturalezza al film. Sul quale aleggiano talmente tante istituzioni che quasi si trascura di puntare un occhio più attento sull’uomo dietro le quinte, Joel Edgerton, che con garbo insolito alla fin fine qualcosa di suo ce lo lascia, creando un Falstaff sbracato ma saggio. A suo modo devoto ed eroico.

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