Archivio film Attori Cinema News — 05 Novembre 2020

Il re è morto, lunga vita al re! 

“Elsa non ha mai creduto veramente nel Graal… S’era illusa d’aver trovato un bottino.”

“E tu, cos’hai trovato?” 

“Io? L’illuminazione.” 

SEAN CONNERY e HARRISON FORD, Indiana Jones e l’ultima crociata 

Fu trentadue anni fa che la seconda rete televisiva nazionale ne prese ufficialmente atto: Non solo Bond si chiamava infatti la rassegna, incompleta ma sufficientemente rappresentativa, che Rai 2 dedicò a Sean Connery, riconoscendo che i suoi meriti andavano oltre la figura, sia pur da lui resa iconica, dell’Agente 007. Il titolo della rassegna suonava azzeccato ai limiti dell’aforisma, trattandosi d’un interprete ancora noto, ai tempi, perlopiù per tale ruolo, e ritrovatosi nel milieu della celluloide dopo un’umile gavetta tra esperienze giovanili nella Royal Navy e i lavori più disparati, culminate nella partecipazione al concorso di Mister Universo che lo classificò al terzo posto. Fisico prestante, la cui precocissima calvizie non costituì un problema, contribuendo anzi a incrementarne lo charme magnetico e l’inossidabile carisma che lo avrebbero accompagnato durante la carriera, facendone un interprete anche più memorabile nei ruoli della maturità. Come il whisky, scozzese al pari di lui, esalta le proprie qualità col trascorrere del tempo, così (Thomas) Sean Connery non dovette attendere molto prima di rivelare la stoffa attoriale – che non sarebbe onesto definire “insospettata” – dietro lo smoking e la pistola, in quel potenziale manichino che avrebbe potuto imprigionarlo. Ian Fleming in persona, d’altronde, non era del tutto convinto che il suo volto fosse il più adatto alla propria creatura. Il resto è storia, così come il mito, e la leggenda la vince sulla realtà. Eppure, nonostante il ritiro dalle scene risalga a diciassette anni prima (l’ultimo film, La leggenda degli uomini straordinari, è indegno del suo talento, nonostante ricopra il ruolo di Allan Quatermain), viene il magone a pensare che Connery ci abbia salutati per sempre, immaginandolo sorridente e sornione, fiero di ostentare la scritta “Scotland Forever” tatuata sull’avambraccio, cosa che avvenne a beneficio di telecamere durante un evento calcistico. La sua scomparsa, resa inevitabile dalla malattia che l’aveva colpito senza impedirgli di celebrare la novantesima primavera a fine agosto, reca il nostalgico sentore del racconto d’avventura giunto all’epilogo, in cui audacia e spavalderia, ironia e tenacia – strumenti irrinunciabili per resistere all’invincibile spettro – non molto possono nella lotta contro le regole del tempo. E se malinconia e sorriso vanno di pari passo con l’amore e la morte, la realtà predomina sul fiabesco consegnando all’immortalità l’eroico status di chi non necessiterebbe di arzigogoli, né di pomposità, per accedere nell’Olimpo. A rifletterci, quasi tutte le prove migliori di Connery sono accomunate da una patina di consistenza quasi cartacea, in cui l’artificio narrativo, picaresco e appassionato, si colora di elegiache sfumature e il Tempo, (in)contrastato sovrano, assurge a fil rouge come un diegetico, negativo fattore. In questo senso, il datato Zardoz illustra un ulteriore cripto-agente contro un bandito del tempo, riportando l’esistenza all’usuale dimensione. Ma è proprio il tempo a donare alla star la magica, naturale regalità che in più occasioni gli consente di ricoprire ruoli storici (pensiamo al famigerato Mulay Aḥmad al-Raysūnī) o ruoli maestosi – si chiamino essi Daniel Dravot, Agamennone, Riccardo Cuor di Leone o Artù – col medesimo portamento degli indomabili al centro di imprese ribalde, o in lotta contro i cattivi di turno (ed ecco sfilare Robin Hood in persona, ancorché vecchio; e Duke Anderson, Edward Pierce, William O’Niel; e Alan Caldwell, l’immortale Ramírez, Marko Ramius, e il Jimmy Malone che gli fa ottenere l’Oscar). La stessa partecipazione nel terzo capitolo della saga di Indiana Jones, nei panni del padre di questi, appartiene a un doveroso passaggio di consegna tra rispettivi miti e generazioni. La scelta di assegnargli la parte d’un Sherlock Holmes in saio, d’irresistibile aplomb, in un’abbazia benedettina in Piemonte rientra nel gustoso novero delle figure cartacee per cui far il tifo. E ancora, col medesimo portamento da simpatica canaglia, Connery in primis smonta la collisione tra verità e mendacia in una bislacca operazione fantapolitica: il sottostimato Obiettivo mortale, dove il cronista televisivo da lui impersonato dimostra – come declama il titolo originale – che “sbagliato è giusto” (ribadito dall’estremo gesto di togliersi il parrucchino in diretta, prima di paracadutarsi). Burlesco, in sottrazione o meno, lo è sempre stato (chi non ricorda lo spot d’una compagnia assicurativa in cui nessuno lo riconosce e finisce in manette?), divertendosi a beffare il personaggio che gli diede la notorietà – gli ultimi due 007 sono girati a dodici anni di distanza – accettando disinvolto i segni dell’età senza ricorrere, a dispetto d’illustri colleghi, alla chirurgia plastica. E senza intaccare registri drammatici, da Cinque giorni una estate (il miglior film sulla montagna) a La casa Russia o al corale Scherzi del cuore, in cui il rimpianto non sfiora mai il patetismo. Persino in una commedia dolce-amara, il non riuscito Sono affari di famiglia, il tragico piomba in una sfera apparentemente ilare riconducendo differenze d’età (e soggettive preferenze) sul binario di caratteri e psicologie. E solo apparente è la durezza, in realtà ostinata volontà salvifica da imporre, se necessario, con la forza, quella che lo muove nei panni di marito innamorato e desiderante in Marnie. Contando anche l’apporto come produttore, la sterminata filmografia di Connery contempla lavori di minor pregio, partecipazioni collettive e televisive, prodotti meramente commerciali o alimentari: tra le ultime prestazioni, svetta solo il William Forrester offertogli da Gus Van Sant, uno scrittore d’origine scozzese ritiratosi a vita privata come lui medesimo farà di lì a poco. Benché abbia ricoperto vesti, sia pure strette, di villain (La donna di paglia o il parodistico The Avengers – Agenti speciali), memorabili restano due parti antitetiche per Sidney Lumet, che, al pari di Paul Newman, ne disse come il miglior attore con cui avesse lavorato: l’idealista Joe Roberts, avverso a ottusi regolamenti, discipline e soprusi, e il violento Johnson, sbirro di falsariga dürrenmattiana alle prese con un caso di pedofilia che via via si tramuta in psicodramma esistenziale. Il fervente impegno politico per l’indipendenza del paese natio non è affatto un mistero (tanto da presentarsi alla regina Elisabetta in kilt), ma l’ulteriore aspetto d’un divo per caso, la cui dipartita, nonostante teneri sorrisi a celare la mestizia, è accolta dall’incredulità nell’apprendere che un grande amico ci lascia. Non avendolo fatto per l’ultima candela, colgo ora l’occasione di pensare che la sua morte non necessiti di cinematografiche elegie, mentre scocca sofferente l’ultima freccia, precipitando da un ponte o trascinandosi sanguinante sul pavimento dopo un agguato mafioso. Altresì, che il suo ultimo insegnamento, a mo’ d’imperitura eco, sia di non perdere la testa. “Diavolo, si deve pur morire di qualcosa!”

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