Archivio film Cinema News — 06 luglio 2018

Interpreti: Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan, Raffey Cassidy

Montaggio: Yorgos Mavropsaridis

Fotografia: Thimios Bakatakis

Che bello per noi apocalittici dello sguardo trovarci di fronte al nuovo lavoro di
Yorgos Lanthimos, cineasta capace di creare abrasioni alla cinefilia più integrata e
per questo da molti evitato o peggio ancora demolito o spernacchiato.
L’autore ateniese fa della narrazione cinematografica un mezzo di sfasamento linguistico,
in cui il meccanismo stesso del raccontare, dispiegando storie e personaggi, diventa
il luogo dell’atrofia e dell’inceppamento linguistico-motorio.
Le immagini cliniche e disinfettate di Lanthimos sono la stilizzazione parodica, il
doppelganger comico-funebre di una società afasica e immune a qualsiasi forma di
sentimento e pietas.

The Killing of a Sacred Deer, è un gran film sulla malattia come desiderio di atrofia
sociale, in cui basta formulare mentalmente una pulsione di immobilismo pre-mortem
per metterlo in pratica. Tutto è antitesi del gesto, per una ripetizione coatta di
situazioni in cui i corpi si bloccano e di conseguenza i comportamenti sociali,
famigliari e umani diventano un autentico monumento all’inazione.

Ad un certo punto del film l’angelo sterminatore Martin (gemello diverso dell’Ospite
di Teorema e del Visitor Q di Miike) si lacera con un morso
il braccio, unico modo per dimostrare che siamo ancora fatti di carne e sangue
anche se incapaci di soffrire ed emozionarci.
Come il Martin vampiresco nel capolavoro romeriano, con il suo pallore
esangue quello di Lanthimos è un messia dell’infezione invisibile e del
contagio mentale, predicatore di un cupio dissolvi collettivo.

Questa ignavia rappresentativa è il punto cardinale del cinema lanthimosiano,
basterebbe citare Alps con le azioni di una ginnasta sottratte alla propria
esibizione agonistica e ridotte ad autismo motorio e ancora la sequenza cult
della danza in Kynodontas, pura catatonia corporea.

The Killing of a Sacred Deer non sarà di certo il miglior Lanthimos i
limiti sono certo evidenti nell’urgenza di farsi stiloso bignami, mappatura
simbolica (a rischio clichè) di ansie e turbamenti neogenerazionali. Ma è
bene aprire i pori culturali a queste infiltrazioni di cinema urticante, anche
se talvolta iperbolico, e lasciarsi contagiare dal linguaggio materialmente
astratto e perturbante di questo cineasta scomodo ma necessario.

Sfido chiunque a scollarsi di dosso lo sguardo lubrico di Martin mentre
biascica su un piatto di spaghetti al pomodoro! Materia e antimateria al loro zenith!

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