Archivio film Cinema News — 13 Novembre 2014

Titolo originale: The Salt of the Earth
Regia: Juliano Ribeiro Salgado, Wim Wenders
Soggetto: Juliano Ribeiro Salgado, Wim Wenders, David Rosier, Camille Delafon
Sceneggiatura: Juliano Ribeiro Salgado, Wim Wenders, David Rosier, Camille Delafon
Produttore: David Rosier, Andrea Gambetta, Lélia Wanick Salgado, Julia de Abreu, Fakhrya Fakhry, Christine Ponelle
Produttore esecutivo: Wim Wenders
Casa di produzione: Decia Films, Amazonas Images, Digimage, Solares Fondazione delle arti
Distribuzione: Officine UBU
Fotografia: Hugo Barbier, Juliano Ribeiro Salgado
Montaggio: Maxine Goedicke, Rob Myers
Musiche: Laurent Petitgard
Genere: documentario, biografico
Durata: 110 min
Anno: 2014

Disegnare con la luce, raccontare con le ombre: il sogno del fotografo, la sfida del regista. Un obiettivo rincorre l’altro nel cercare di catturare gli istanti di una vita: Il sale della terra ritorna sulle tracce di Sebastiao Salgado. Scatti memorabili e filmati d’archivio compongono il ritratto del fotografo brasiliano attraverso gli occhi di due uomini, il figlio dell’artista, Juliano Ribeiro Salgado e il regista tedesco Wim Wenders. La storia personale del maestro dello scatto è scandita dalle sue riflessioni sul mestiere di fotografo, in un documentario dal tono lirico e il respiro epico, che coinvolge lo spettatore in una visionaria esperienza estetica.
Premiata al festival di Cannes 2014 nella sezione “Un certain regard” e presentato al festival di Roma, la pellicola di Wenders è un opera sullo splendore del mondo e l’irragionevolezza umana che rischia di distruggerlo.
Un’accorata preghiera all’uomo perché non bruci ciò che ha di più prezioso: sterminati orizzonti e sovrumani spazi, che si svelano allo spettatore come al regista. “Non immaginavo che stavo per scoprire molto più di un semplice fotografo-spiega Wenders- Una cosa però, l’avevo già capita di questo Sebastião Salgado: gli importava davvero della gente, dopo tutto la gente è il sale della terra”.
Una lettera aperta all’umanità, dunque, che si srotola a ritmo di scatti. Nella foresta tropicale, sugli altopiani del Brasile, nelle migrazioni di massa e nei conflitti etnici, Salgado è riuscito a penetrare nei meandri dell’animo umano, senza mai perdere la lucidità del fotografo e l’ostinazione del reporter.
“Quasi un quarto di secolo fa- ha spiegato il regista- avevo comprato due stampe di un fotografo di cui non conoscevo bene il nome. Le avevo appese sopra la mia scrivania, e sentivo che quelle due foto mi parlavano. Da allora, il nome di Salgado mi è diventato familiare”. Poi l’incontro tra i due a Parigi, 5 anni fa. Salgado gli mostrò il suo ultimo progetto, Genesis. Wenders rimase colpito dalla sua dedizione e determinazione. La comune passione per il calcio fu poi, il collante tra due maestri che trovarono nella fotografia il passaporto per un comune viaggio attraverso affinità elettive e spazi incontaminati. “Un giorno Sebastiao mi ha proposto di unirmi a lui e a suo figlio per seguirli in un’avventura su cui desideravano avere un punto di vista diverso, esterno. Da lì è cominciato un viaggio in bianco e nero attraverso un percorso professionale e uno privato, inscindibili tra loro.
Così gli scatti prendono vita. I volti si animano. Le foto raccontano. Di ghiacciai dell’Antartide, di montagne dell’America, di deserti dell’Africa e foreste tropicali dell’Amazzonia. Sono scatti icastici che portano in sé traccia di un’esperienza, l’idea di una visione. Da contemplare in silenzio. Da Amorais, la sua città natale, a Parigi, luogo dell’anima, le foto di Salgado disegnano la geografia del viaggio che ha portato il fotografo a girovagare sempre in cerca di nuovi porti.
Ma è il cuore di tenebra che ha rapito veramente Salgado. Gli occhi svuotati dalla sofferenza e i ventri gonfiati dalla fame di bambini scheletrici e madri disperate non hanno più abbandonato i ricordi del fotografo. “Sahel” è il titolo del progetto che denuncia il dolore di alcune popolazioni che vivono all’ombra del mondo che conta. Il negativo viene alla luce del sole. Così come in un inferno dantesco migliaia di corpi seminudi cercano l’oro nelle miniere di Sebastião, cataste di morti si ammassano in fosse comuni ruandesi, indigeni si mettono in cammino per fuggire guerre, carestie, morti. I pozzi petroliferi del Medio Oriente poi, dimostrano il suo sguardo sempre attento alla denuncia dell’industrializzazione e delle lobby di potere. Un’idea di fotografia impegnata ha attraversato tutta la sua vita, ma poi sembra abbandonarlo alla fine del viaggio. Dopo una profonda crisi d’ispirazione, Genesis, rimane invece, come la sua ultima monumentale opera, alla natura, all’umanità. L’ultima testimonianza della sua fede nell’uomo.
Viaggi nel viaggio, scanditi dai ritorni a Parigi, il suo porto sicuro, e gli incontri con Lelia, la sua grande passione. Sebastiao era uno che tornava per poi ripartire, come un Ulisse moderno che non trova mai la sua Itaca o forse la trova in ogni nuovo orizzonte. E l’obiettivo di Wenders segue quello di Salgado tra carestie, guerre, esodi, ghiacciai, deserti, foreste, miniere, ricordi, paure, progetti, torri di babele, passioni. Un’Odissea contemporanea che non smette di ricordarci la bellezza della terra, la magnificenza dell’uomo.

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *