Archivio film Cinema News — 19 Luglio 2019

Titolo originale: La Quietud

Regia: Pablo Trapero

Genere: Mélo

Sceneggiatura: Pablo Trapero

Fotografia: Diego Dussuel

Cast: Martina Gusman, Bérénice Bejo, Edgar Ramírez, Joacquin Furriel, Graciela Borges. 
Produzione: Pablo Trapero, Axel Kuschevatzky
Nazionalità: Argentina, Francia

Anno: 2018

Durata: 112 minuti

Il passato dittatoriale e il modo contradditorio con cui la società odierna vi si rapporta è uno dei punti cardine di buona parte del cinema latinoamericano contemporaneo. Questo a partire da tre registi tra loro diversi per stile filmico e approccio tematico, quali i cileni Pablo Larraín e Patricio Guzmán e l’argentino Pablo Trapero.

Se l’autore di “Post Mortem” tende a trattare tali problematiche con uno sguardo distaccato e una forma spiccatamente autoriale, Guzmán lo fa in un’ottica militante tramite dei documentari (per esempio “Nostalgia de la luz”) che partono dall’astrologia o dall’archeologia per approdare alle tragedie avvenute durante il regime Pinochet e al loro impatto sul presente cileno. Radicalmente diverso è, infine, il modus operandi di Trapero, il quale ripercorre alcuni episodi della giunta militare argentina tramite le maglie di un cinema popolare e di genere, che punta quindi alla più ampia fetta di pubblico possibile. Ne sono una dimostrazione tanto il thriller “Il clan” quanto il mélo “Il segreto di una famiglia”, presentato fuori concorso alla 75a Mostra del Cinema di Venezia e uscito recentemente nelle sale italiane.

L’opera in questione vede al centro una ricca famiglia il cui membro più anziano contrae un ictus che lo porta in fin di vita. Sua figlia Eugenia, per assistere il malato e stare insieme alla madre e alla sorella Mia, torna in Argentina da Parigi andando a stare alla Quietud, la villa dei genitori. Durante il suo soggiorno, la donna avrà modo di confrontarsi con la madre e la sorella su questioni private e pubbliche, scoprendo anche l’esistenza di qualche legame tra la propria famiglia e la passata dittatura militare.

Proprio come nel precedente “Il clan”, qui Pablo Trapero parte dalle vicissitudini e dai segreti di un nucleo familiare per affrontare la storia recente del proprio Paese e il modo contradditorio con cui questa viene elaborata dalla società contemporanea, tra spinte verso l’oblio (rappresentate dall’atteggiamento della madre) e la volontà di ricordare (in particolare quella di Mia). Ma a differenza del crime-movie scorsesiano del 2015, qui l’intreccio tra storia pubblica e storia privata è regolato dalle convenzioni estetiche e narrative del mélo – in particolare quello di Almodóvar –, con i suoi toni sopra le righe, la sua attenzione alla sessualità e il suo susseguirsi di eventi e rivelazioni tanto drammatiche quanto sorprendenti.

Una serie di punti che il film porta avanti in modo abbastanza scorrevole, in prima istanza grazie a delle attrici molto brave (in particolare, Bérénice Bejo e Graciela Borges) e a una regia pulita e a volte persino virtuosistica (si pensi al piano sequenza del funerale), che dimostra l’abilità tecnica e il talento di metteur en scène del cineasta argentino.

Nonostante tali qualità, il risultato complessivo è purtroppo molto modesto, soprattutto a causa di un uso grossolano della colonna sonora e di un intreccio narrativo al tempo stesso banale e poco credibile nel suo susseguirsi continuo ed eccessivo di eventi e rivelazioni. Tutti difetti di tono e sceneggiatura che rischiano di trasformare questo ambizioso melodramma in un lungo e visivamente curato episodio di una qualsiasi telenovela, rovinando così il progetto filmico del regista sudamericano.

E anche se “Il segreto di una famiglia” non può essere considerato un buon lavoro, è altrettanto chiaro che le sue caratteristiche estetiche e narrative lo rendono un titolo a suo modo esemplificativo: qui, infatti, da un lato vengono confermati i pregi tecnici e gli interessi tematici di Trapero (e di tanto altro cinema latinoamericano), mentre dall’altro si palesano le insidie insite nel mélo, genere difficile da gestire perché spesso in bilico tra arte liberatoria e banale soap-opera.

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