Cinema Eventi News — 06 Novembre 2014

Autore: Arianna Pagliara
Titolo: Il sogno del minotauro – Il cinema di Terrence Malick
Editore: Historica Edizioni
Dati: 204 pagine
Anno: 2014
Prezzo: 16 euro

Il sogno del minotauro – Il cinema di Terrence Malick è l’esegesi di un’opera: quella di uno straordinario maestro post-New Hollywood. La descrizione minuziosa dei pochi (sei) suoi film realizzati nell’arco di quarant’anni è, al contempo, lettura e narrazione dello sviluppo e dell’affermarsi di tutte quelle caratteristiche che hanno contraddistinto il cinema di Malick fin da subito e che, nel corso del tempo, sono diventate sempre più importanti, a tal punto tale da far sparire tutto il resto, o ciò che ci si aspetterebbe da un film.
Pagliara ripercorre il percorso autoriale di Terrence Malick riportando passo passo e spiegando i perni della visione malickiana attorno ai quali scorrono le sue opere: La rabbia giovane (Badlands, 1973), I giorni del cielo (Days of Heaven, 1978), La sottile linea rossa (The Thin Red Line, 1998), The New World (2005), The Tree of Life (2011) e To the Wonder (2012).
L’estro, a volte incompreso, ha permesso a tale segmento di lavori (tesi elaborata da De Berti e qui confermata) uno svuotamento e un superamento, attraverso la loro mescolanza, di alcuni generi. In particolare, si fa riferimento al cinema hollywoodiano e a quello della New Hollywood, e l’autrice mette, tra gli esempi, il superamento di un mito in Badlands: quello costruito in Gangter Story di Arthur Penn e degenerato in Assassini nati di Oliver Stone, ma anche, e sempre nello stesso film, il personaggio e il modo di vestire quasi parodistico di Kit che ricorda tanto il James Dean di Gioventù bruciata. Eccovi due esempi del post-moderno presente in Malick col quale attraversa il cinema che lo ha preceduto.
Tra le caratteristiche individuate e sintetizzate dall’autrice ci sono: la destrutturazione narrativa, la presenza costante delle voci fuori campo, la tendenza al lirismo, l’attenzione data nelle inquadrature alla natura e ai paesaggi. Tutti elementi presenti da Badlands e rafforzati film dopo film fino alla loro espressione massima in The Tree of Life e vocatialla descrizione dei temi cari a Malick: la vita, la morte, il male, il dolore, il confronto tra l’uomo e il mondo e ciò che lo circonda. Temi nebulosi e impossibili da descrivere in maniera esatta e per questo il regista si concentra sulla descrizione degli stati d’animo più che sulla spiegazione degli eventi aiutandosi con lo studio di immagini e inquadrature estreme (come le contre-plongée) e del suono (vedi la presenza dell’extra-diegetico acusma, somma evoluzione della voice-over). Malick, secondo Pagliara, trascina lo spettatore in una dimensione ”ambigua e straniante” dove la narrazione è sospesa e si presenta soltanto in schegge e dove i protagonisti si fondono con il paesaggio, perché Malick sente, evidentemente, il bisogno di ”ampliare il campo del dicibile cinematografico”. Lo stile anti-narrativo, quasi mai verbale e che punta tutto sull’immagine, raggiungendo il suo apice in The Tree of Life, come spiega l’autrice, è al servizio del carattere intimistico delle sue opere, dando la possibilità a ricordi, sensazioni e impressioni dei protagonisti, di scorrere fluidamente.
Nel libro c’è anche un accenno al film che molto probabilmente si è ispirato, nel confronto tra microcosmo e macrocosmo, al lavoro ultimo di Malick: Melancholia di Lars Von Trier.

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