Archivio film Cinema News — 05 Gennaio 2020

Titolo originale: Sandome no satsujin

Regia: Kore’eda Hirokazu


Soggetto: Kore’eda Hirokazu


Sceneggiatura: Kore’eda Hirokazu


Cast: Yakusho Koji, Fukuyama Masaharu, Hirose Suzu


Fotografia: Takimoto Mikiya


Montaggio: Kore’eda Hirokazu


Musiche: Ludovico Einaudi


Produzione: Harada Chiaki, Matsuzaki Kaoru, Odake Satomi, Ogawa Shichinichi, Osawa Megumi, Taguchi Hijiri, Yoda Tom


Distribuzione: Double Line


Nazionalità: Giappone


Anno: 2017

Durata: 124 min.

Un omicidio in piena notte. Un uomo viene aggredito alle spalle e si accascia al suolo dopo essere stato colpito alla nuca. Misumi, un uomo già accusato di omicidio trent’anni prima, viene indicato come il colpevole e lui stesso ammette di esserlo, pur consapevole di andare incontro alla pena di morte. Il suo difensore, l’avvocato Shigemori, si ritrova quindi ad affrontare una causa praticamente persa. Tuttavia, nel corso della ricostruzione dei fatti e del raccoglimento delle varie testimonianze, si rende conto che la colpevolezza del suo cliente non è così scontata.

Vincitore come miglior film, miglior regista (Kore’eda Hirokazu), miglior sceneggiatura, miglior attore non protagonista (Yakusho Koji), miglior attrice non protagonista (Hirose Suzu) e miglior montaggio (Kore’eda Hirokazu) ai Japan Academy Awards 2018, Il terzo omicidio (Sandome no satsujin) – distribuito in Italia dalla torinese Double Line, giovane casa di produzione fondata da addetti ai lavori nel campo dei servizi per il cinema e dell’editoria per fumetti – rappresenta una piccola deviazione nel genere processuale/giudiziario da parte del regista giapponese, il quale, negli anni, si è fatto conoscere ed apprezzare dal grande pubblico grazie soprattutto ai suoi intensi film drammatici – incentrati su tematiche complesse come la descrizione dei delicati equilibri che regolano i rapporti tra genitori e figli e la sfaccettata dimensione dell’elaborazione del lutto. Nel corso di questa pellicola, l’indagine al centro della narrazione funge da metronomo, scandendo il ritmo di una vicenda che sembra procedere verso una direzione scontata, ma che in realtà dimostra di rallentare inesorabilmente a causa delle numerose contraddizioni che legano tra loro i personaggi come gigantesche ragnatele. La lentezza – elemento imprescindibile nelle complesse e struggenti analisi psicologiche e sociali caratterizzate da armoniose evoluzioni nella produzione di Kore’eda – diventa qui il mezzo attraverso il quale costruire una controversa rappresentazione del reale, inteso come un’infinita frammentazione del tempo che sembra dilatarsi senza controllo e soprattutto senza una precisa direzione, cavalcando costantemente quella sensazione di eterno ritorno che permea la vita dei protagonisti. Lento è il fiorire dei ciliegi nel freddo Hokkaido; lenta è l’andatura della giovane Sakie, a causa del suo handicap fisico; così come lenti sono soprattutto i risvegli, le mini epifanie che i personaggi raggiungono a fatica, per poi tuttavia smascherarne la subdola illusorietà. Il micromondo illustrato dal regista rimane dunque intrappolato all’interno di un circuito chiuso che lotta contro l’immobilità che altrimenti lo annullerebbe e che trova una meravigliosa quanto utile esplicitazione in due elementi tangibili e sensorialmente densi: da una parte il freddo – che arriva letteralmente a congelare le strade e a impedire il sonno – e dall’altra il burro di arachidi, una sorta di anti-madeleine che, contrariamente alla sua corrispettiva proustiana, sembra quasi confondere i ricordi soffocandoli in mezzo a pastosi bocconi – straniante e grottescamente incisiva, in questo senso,  la sequenza in cui Misumi si abbuffa in solitudine in carcere, traducendo a gesti una sorta di violenta dissociazione autoimposta. In questa fitta boscaglia fatta di ripensamenti, sconvolgimenti e continue riconsiderazioni, prende dunque forma il mondo nel quale la storia si rivela come una sequenza bulimica di versioni diverse – l’accostamento a Rashomon (id. 1950) diventa dunque inevitabile – che non aggiungono nulla di costruttivo e che anzi destrutturano e duplicano i pochi punti fermi illustrati all’inizio del film – magnifica a tal proposito l’inquadratura finale, nella quale il volto di Misumi e quello di Shigemori si sovrappongono a causa del riflesso del vetro. Kore’eda – pur rimanendo legato ai suoi topoi anche all’interno di un genere per lui insolito – gira quindi un film Lynchano (mi si passi il termine) che mette in scena l’indeterminatezza del mondo e dei rapporti tra i suoi abitanti per sottolineare quanto la complessità possa in realtà essere quel muro dietro il quale molto spesso ci si rifugia pur di non ammettere la proprio mancanza di forza e integrità.

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *