Cinema News — 07 aprile 2014

Titolo originale: Tian Zhu Ding
Regia: Jia Zhangke
Sceneggiatura: Jia Zhangke
Fotografia: Yu Likway
Montaggio: Matthieu Laclau, Xudong Lin
Musiche: Lim Giong
Interpreti: Jiang Wu, Baoqiang Wang, Zhao Tao, Lanshan Luo
Produzione: Xstream Pictures, Office Kitano Inc., Shanghai Film Group Corporation, Shanxi Filmand Television Group, Bandai Visual, Bitters End
Origine: Cina, Giappone
Durata: 133 minuti

Nel 2013 a Cannes Il tocco del peccato del regista cinese Jia Zhangke ha ricevuto una nomination per la Palma d’Oro e ha vinto il Premio per la Migliore Sceneggiatura; già nel 2006 del resto Zhangke aveva conquistato la giuria del Festival di Venezia e vinto il Leone d’Oro con Still Life, mentre la sua opera d’esordio Xiaowu (1998) – censurata in patria – era stata premiata al Festival di Berlino.
Il suo ultimo film arriva dopo una docufiction sui mutamenti sociali – complessi e spesso rovinosi – della Cina contemporanea, 24 City (2008); il ritorno al film di finzione segna tuttavia un mutamento solo formale per così dire, perché il contesto e le tematiche trattate non appaiono dissimili da quelle della sua precedente pellicola: il lavoro in fabbrica e la precarietà di una società tragicamente alienante, la corruzione capillarmente diffusa e ormai quasi istituzionalizzata, e ancora la solitudine desolante e l’individualismo imperante della contemporaneità.

Sebbene a loro modo estreme e non proprio ordinarie, le varie storie che Zhangke intreccia nel film finiscono per rivelare molto della Cina attuale, mettendone in luce gli aspetti più drammatici e deprimenti. Nella provincia dello Shanxi, un uomo esasperato dai soprusi compiuti da persone corrotte quanto intoccabili si arma di fucile e inizia a farsi giustizia con le sue mani; nel frattempo un altro uomo – incurante della propria famiglia e della moglie che lo attende – vaga per le strade in motocicletta lasciandosi andare ad atti di insensata violenza;  ancora, la receptionist di una sauna, delusa da un uomo indeciso e dubbioso, si vede costretta a difendersi con un coltello da due clienti che la insultano e la aggrediscono; infine, un ragazzo che trova e lascia diversi lavori inizia a fare il cameriere in una sorta di bordello per ricchi signori, dove si invaghisce di una ragazza costretta a un lavoro umiliante per mantenere la figlia.

Film corale e ben strutturato, Il tocco del peccato fotografa con lucidità ed esattezza una dimensione sociale tutta “disfunzionale” in cui i personaggi – per districarsi nella follia quotidiana (una follia subdola perché silenziosa e mai gridata, ma costante e opprimente) con la quale convivono – finiscono, a torto o a ragione, per compiere azioni brutali, violente e irreparabili.
Spesso sembra essere puramente l’esasperazione a guidare il loro comportamento, che ha il sapore definitivo della vendetta: è il caso della prima storia raccontata – forse quella che più colpisce perché più solida e sentita – ma anche della vicenda della giovane receptionist. In altri passaggi il discorso del regista si fa più sfumato e brumoso, più intimo e poetico: sembra quasi che il grigiore malsano del paesaggio e delle città, col sentore di desolazione e inquietudine che si porta dietro, abbia permeato e inquinato definitivamente anche l’interiorità dei personaggi. Come accade per il taciturno e imperscrutabile killer in motocicletta e per il ragazzo protagonista dell’ultima storia narrata, che sembra introiettare dentro di sé una segreta, devastante tragicità.
Il ritratto della Cina che viene fuori da questo film toccato da una abissale tristezza e imbevuto da una densa malinconia è sconfortante e amaro: un paese piagato dalla povertà e dalla corruzione, dove la vita del singolo conta sempre meno. Sembra che non ci sia alcuna via di fuga per i personaggi descritti, costretti a restare soffocati e pietrificati dalla freddezza e dalla durezza del mondo circostante.

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