Archivio film Cinema News — 13 Nov 2018

Titolo: In guerra (En guerre)
Regia: Stéphane Brizé
Sceneggiatura: Stéphane Brizé e Olivier Gorce, con la collaborazione di Xavier Mathieu, Ralph Blindauer e Olivier Lemaire
Cast: Vincent Lindon (Laurent Amédéo), Mélanie Rover (Mélanie), Valérie Lamond, Jean Grosset, Jacques Borderie, Olivier Lemaire, Bruno Bourthol
Musiche originali: Bertrand Blessing
Fotografisa: Eric Dumont
Scenografia: Valérie Saradjan A.D.C.
Montaggio: Anne Klotz
Produzione: Christophe Rossignon, Philippe Boëffard
Nazionalità: Francia
Anno: 2018
Durata: 113 minuti
Se non ci fosse fin dall’inizio il volto di Vincent Lindon a ricordarci che è proprio un film quello che stiamo per vedere, qualche dubbio sarebbe giustificato. Spezzoni televisivi e riprese di sapore documentaristico regalano infatti allo spettatore l’illusione di assistere allo svolgersi di una vicenda reale. Le facce sono quelle di operai e impiegati, gente comune. Siamo ad Agen, in Francia: l’azienda Perrin Industries, acquistata da un gruppo tedesco, decide di chiudere i battenti, lasciando per strada 1100 dipendenti. Un’autentica tragedia in una zona che è considerata depressa, dove trovare un altro posto di lavoro risulta una vana speranza per i più giovani e un’utopia per chi ha superato i cinquanta. Di fronte alla prospettiva di un licenziamento collettivo, i lavoratori decidono di usare l’unica arma di cui dispongono: incrociare le braccia in uno sciopero a oltranza, con occupazione dello stabilimento, per bloccare le ultime attività in corso e indurre i dirigenti a discutere possibili alternative alla chiusura.
A prendere in mano la situazione è un delegato sindacale combattivo, Laurent Amédéo (Vincent Lindon), che si caricherà sulle sue spalle il peso di una trattativa estenuante. La proprietà non si sposta d’un millimetro dalla volontà di chiudere, malgrado la Perrin Industries non sia in perdita. La decisione è percepita come un’ingiustizia. Due anni prima, di fronte alla minaccia di una possibile chiusura, i dipendenti hanno sottoscritto un patto, accettando di lavorare gratuitamente cinque ore in più alla settimana in cambio del mantenimento del posto. Ma l’azienda non rispetta l’accordo e mette tutti alla porta.
In guerra è un susseguirsi di discussioni fra gli operai, di tavoli e di scontri con la proprietà, di speranze e delusioni. Lo scorrere del tempo senza nessun risultato diventa in un’arma nelle mani dei dirigenti, che riescono a frantumare il fronte unito dei lavoratori. È l’inizio della fine.
Il ritmo incalzante della lotta lascia pochissimo spazio alla vita privata. Laurent è separato, ha una figlia, sta per diventare nonno: solo una manciata di minuti ci ricordano che c’è dell’altro, oltre al lavoro, nell’esistenza di una persona. È un effetto voluto: Brizé vuole ricreare – e ci riesce benissimo – il tunnel della disperazione in cui entra chi deve difendere il posto di lavoro. La rabbia, la frustrazione e il senso di impotenza finiscono per diventare un’esperienza totalizzante.
La crisi ci ha abituato a leggere ogni giorno sui mezzi d’informazione di licenziamenti e chiusure che, in nome del profitto, non tengono in alcun conto della dimensione umana del problema. Siamo così assuefatti che questa logica perversa, esasperata dalla globalizzazione, ci sembra del tutto normale. Il film di Stéphane Brizé ci prende per mano e dà un volto, una personalità, una storia ad alcuni dei lavoratori protagonisti, scuotendoci dall’indifferenza. E ricordandoci che, se non abbiamo un’attività nostra, impegno e senso di appartenenza all’azienda non contano nulla: è la proprietà a dettar le regole, a decidere i sommersi e i dannati.
Stéphane Brizet è stato ispirato per la realizzazione della sceneggiatura da alcune storie realmente accadute. Varie aziende prive di difficoltà economiche hanno comunque deciso di fermare la propria attività in Francia. In particolare, il regista ha conosciuto un delegato sindacale della Continental, Xavier Mathieu, che gli ha raccontato del conflitto da lui vissuto nel 2009, contribuendo quindi a costruire una struttura narrativa efficace.
Vincent Lindon rasenta la perfezione nel conferire il giusto grado di sofferenza, rabbia e inquietudine al suo personaggio. L’attore francese non è nuovo a ruoli impegnati, che affrontano le problematiche del lavoro che cambia: sempre con Brizé, ne La legge del mercato (2015) aveva interpretato un lavoratore costretto a cercare un nuovo posto perché la sua azienda aveva delocalizzato la produzione. Stupisce positivamente anche il resto del cast, che include una pletora di attori non professionisti. Nessuno spazio è lasciato all’improvvisazione, come a volte accade quando si recluta gente comune: il regista ha dichiarato di essersi attenuto a una sceneggiatura molto dettagliata, con l’obiettivo di far sembrare, però, tutto molto naturale. Un risultato centrato in pieno, in questo film che è stato presentato in concorso all’ultimo festival di Cannes. In guerra non lascia indifferenti: indigna, scuote la coscienza, fa riflettere. E il suo essere finzione tremendamente vicina alla realtà lascia l’amaro in bocca.

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