Archivio film Cinema News — 28 ottobre 2013

A corollario dei buoni incassi registrati nel nostro paese da “The Grandmaster” di Wong Kar wai, è doveroso analizzare su questa webzine due film di produzione hong-konghese, appartenenti al genere wuxia pian (cappa e spada) che per le stucchevoli logiche della distribuzione italiana non hanno ancora visto la luce sul nostro mercato. Ci riferiamo a “14 Blades” di Daniel Lee e  “True Legend” di Yuen Woo Ping, due pellicole del 2010, disponibili su dvd per gli acquirenti della rete e i cinefili a caccia di chicche.
“14 Blades” vede il divo Donnie Yen nei panni di un capitano della guardia imperiale che una volta tradito e isolato dai compagni, deve riscattarsi ritrovando un prezioso sigillo e utilizzare le 14 lame del titolo per sconfiggere nemici letali come la guerriera dalla frusta magica.
Se “14 Blades” è costruito ad hoc per veicolare i virtuosismi acrobatici di Donnie Yen, “True Legend”riporta in auge altre due figure chiave dell’ultimo wuxia pian ossia il regista/coreografo Yuen Woo-ping, artefice delle sequenze action in freeze frames di “Matrix” e l’attore Vincent Zhao, interprete indimenticato del capolavoro “The Blade” di Tsui Hark.Questo secondo film ricostruisce le vicissitudini  del maestro Beggar Su, conosciuto dai fan per “Drunken Master” con Jackie Chan, tradito dal fratellastro e pronto  a vendicarsi a caro prezzo, fino a scontrarsi con Venom Fist, uno dei più cattivi più inquietanti del cinema asiatico recente.
Troverà una degna compagna d’avventure nella divina Michelle Yeoh, diva adottata anche in Occidente (v.”The Lady” di Luc Besson). Ma aldilà delle mirabolanti e pirotecniche sequenze degli scontri, questi film vanno  visti anche per come le declinazioni della luce, sovrastano la scansione ritmica del montaggio.
La luce che bagna le inquadrature in esterni basate sui combattimenti boschivi, scende sulle cose come internandovisi, intenta a svelare gli angoli più riposti della natura. Il verde che deborda dovunque è ridotto ad un grumo indistinto di materia, che sembra strusciare nell’inquadratura macerandola. La foga dei combattimenti lascia il passo al tempo lento, dilatato. E come se questi registi usassero la camera ottica, si cerca la panoramica e nello stesso tempo il particolare. Nel paesaggio irrompe l’infinito, la natura da luogo popolato da duellanti disumanizzati, si trasforma in culto della spiritualità, secondo l’etica delle arti marziali. Questo paesaggio non si abita,ma si conquista, quando i corpi con il loro dinamismo vi irrompono. La meta del cinema come dell’arte, qui diventa l’infinito. La natura nei wuxiapian conquista la scena nella sua potenza proprio come nei quadri di Turner e Monet.  Un’esplosione luministica da pittura del Seicento, che fa travalicare a queste opere il puro intrattenimento,per renderle autoriali a tutto tondo.

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