Cinema News — 15 febbraio 2014

Titolo: Moebius
Regia: Kim Ki–duk
Sceneggiatura: Kim Ki-duk
Cast: Lee Eun-Woo, Cho Jae-Hyun, Seo Young-Joo
Fotografia: Kim Ki-duk
Montaggio: Kim Ki-duk
Produttori: Kim Ki-duk
Origine: Corea del Sud
Anno: 2013
Durata: 89 minuti

Moebius, come già avvenne per Kim Ki-duk a suo tempo per L’isola, a Venezia 2013 ha sollevato un bel polverone, abilmente sollevato dai quotidianisti. Indubbiamente  un repertorio di eros, thanatos, castrazioni, autolesionismi vari, masochismi, quasi incesti,  torture, bullismo scolastico, pulsioni suicide,  stupri, erotomania e adulterio pare più materiale narrativo da cruda exploitation che da festival per radical chic. Ma analizzare questo film, basandosi solo su questi elementi scabrosi, non si fa solo la figura dei vecchi tromboni ma è francamente idiota e qualunquista diciamocelo, come insegna il nostro circolo mediatico. Troppo estremo dunque anche per un pornografo dilettante come Lars Von Trier, figuriamoci per la distribuzione italiana. Dietro l’ apparente morbosità dell’impianto narrativo che vede una madre punire il marito per una relazione extra-coniugale, evirando il figlio e per una coazione a ripetere lo stesso padre farsi castrare chirurgicamente per solidarietà verso il ragazzo, abbiamo un film piuttosto stratificato. Prima di tutto come nelle opere precedenti dell’autore sudcoreano assistiamo ad un destino umano costruito principalmente sul dolore fisico e psicologico. Cronista di un melodramma orrorifico il regista si interroga  sul ruolo della fallocrazia nella società contemporanea e nei legami familiari. Padre e figlio in empatia totale con il regista e lo spettatore passano inoltre la vita su siti Internet a scoprire se è possibile una sessualità normale dopo la castrazione, scoprendo che ogni parte del corpo è un organo genitale. Dopo sessanta minuti di diegesi ci rendiamo conto di come Kim Ki-duk ci immerga in una realtà viscerale, che gronda sangue, enfatizzata dall’assenza di dialoghi. Ma il film non è solo un trattato di psicopatologia, in quanto ammantato di quel gusto per il paradosso, che gli conferisce un’aura differente. Perciò se la critica dei quotidiani si è sbizzarrita sull’estremo, noi rivendichiamo l’urgenza di questo cinema. Filmare i tabù per raccontare l’inadeguatezza verso i figli dei genitori è un fatto solo positivo, per una pellicola che non vuole dare lezioni, non auspica la legge del taglione, non promette miglioramenti ma semmai depravazioni. La cosa più scioccante che resta allo spettatore è lo stile raggelante dell’autore, che ne costituisce ormai una cifra riconoscibile, quel sentimento “laico” che  fa vivere agli attanti della tragedia il quotidiano, come assuefatti  all’horror che li pervade. Perché tollerare la perversione è una forma di eroismo. Forse  la più incisiva.

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