Cinema News — 04 marzo 2014

Titolo: Quelques heures de printemps
Regia: Stéphane Brizé
Sceneggiatura: Stéphane Brizé, Florence Vignon
Cast: Vincent Lindon, Hélène Vincent, Emmanuelle Seigner
Fotografia: Antoine Héberlé
Montaggio: Anne Klotz
Scenografia: Valérie Saradjian
Costumi: Ann Dunsford
Musiche: Nick Cave, Warren Ellis
Produzione: TS Productions, arte France Cinéma, F Comme Film
Origine: Francia
Anno: 2012
Durata: 108 minuti

Presentato al 65° Festival di Locarno, Quelques heures de printemps è un film che sceglie un approccio sobriamente realistico per raccontare il (dis)incontro di una madre anziana con il figlio adulto, appena uscito di galera.
Alain (Vincent Lindon) è un camionista che ha trascorso diciotto mesi in carcere per spaccio di droga; una volta libero, si ritrova senza casa e senza lavoro, per cui si stabilisce nell’appartamento della madre (Hélène Vincent). La donna – austera, risoluta e decisa – è molto malata, sa di non poter guarire e accetta la sua condizione con un coraggio quasi stoico; sembra però mal tollerare la presenza di Alain – taciturno e chiuso in sé – che non solo sconvolge bruscamente la sua quotidiana routine ma è spesso sgarbato e perfino aggressivo nei confronti della madre.
La convivenza forzata porta così alla luce le difficoltà di entrambi nel tentare di riallacciare un rapporto tormentato; il regista descrive due persone ostinate, quasi rancorose, completamente incapaci di aprirsi reciprocamente all’altro. Soprattutto Alain non riesce mai a uscire da questa sua penosa condizione, come dimostra anche il suo rapporto difficoltoso con Clémence (Emmanuelle Seigner), una donna che finisce con l’allontanare per paura di aprirsi e raccontare un passato di cui in parte si vergogna.

Quelques heures de printemps è un film malinconico, minimalista nella messa in scena, profondo nei contenuti. Con lo sguardo concentrato sui piccoli gesti dei protagonisti, Stéphane Brizé racconta con ponderata attenzione la loro quotidianità. Insieme al rapporto di amore-odio che lega i personaggi il regista mette in scena anche il dramma della malattia, puntando molto sull’eccezionale interpretazione di Hélène Vincent, che agisce per sottrazione calibrando ogni dettaglio della sua prova attoriale, per dare vita alla figura di una donna commovente nella sua (quasi) imperturbabile fermezza. Accanto a lei ci sono poi Vincent Lindon ed Emmanuelle Seigner (la conturbante Vanda di Venere in Pelliccia di Polanski): un cast ridotto al minimo ma senza dubbio notevole, grazie a cui questo piccolo ma significativo racconto non è soltanto un film “corretto” ma anche un film estremamente coinvolgente e capace di toccare le corde più intime dello spettatore. Rilevante ed efficace in questo senso anche l’atteggiamento di Brizé di fronte ai suoi protagonisti: empatico, ma oggettivo. Soprattutto il personaggio di Alain è descritto fino alla fine senza alcuna edulcorazione e senza concessioni di alcun tipo, in particolare nei suoi aspetti meno edificanti (prepotenza, arroganza, freddezza) ai quali resta in fondo difficile trovare una giustificazione. La volontà di Brizé sembra insomma quella di non mitigare o idealizzare il reale in alcun modo e coerentemente ci descrive quindi dei personaggi completamente credibili, anche e soprattutto nei loro difetti e nelle loro debolezze.

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