Archivio film Cinema News — 18 Nov 2014

É doveroso, dopo i mesi di attesa per il nuovo lavoro di Christopher Nolan, chiarire subito un punto: nonostante l’ambizione, l’epicità e, possiamo dire, la magnificenza visiva e teorica dell’opera del regista britannico, Interstellar non è il suo capolavoro. Nolan ha avuto ottime idee fin dall’inizio della sua brillante carriera: dalle ossessioni di Following, alla soggettività del tempo di Memento, all’alienazione di Insomnia, al rapporto tra scienza e spettacolo (e quindi tra progresso e cinema) di The prestige, fino al viaggio nei sogni per sperimentare nuove forme non lineari di diegesi di Inception, passando per la rilettura autoriale del fumetto di Bob Kane con la trilogia su Batman. In quest’ultimo film, alcune di queste permangono quasi silenziose, come la generale inquetudine che caratterizza tutti i personaggi di Nolan e i topoi del rimorso e del senso di colpa; altre, letteralmente, decollano verso nuovi universi come l’inesauribile fiducia nella scienza e la relativizzazione del tempo, collegata stavolta a quella dello spazio, in una simbiosi in cui gioca un ruolo fondamentale anche la gravità.
La vera novità di Interstellar, infatti, è il confronto del regista con il genere fantascientifico, finora inesplorato. Ma più che trovarci dalle parti di Dick o Asimov, qui siamo immersi, e quasi costretti a crederci, nelle più ardite teorie di astrofisica. Non è un caso che figuri come produttore esecutivo e co-autore del soggetto Kip Thorne, massimo esperto di relatività generale. Il risultato è effettivamente elettrizzante, perchè prendono forma sul grande schermo alcuni fenomeni fisici mai rappresentati, non solo al cinema, ma si paga purtroppo il dazio di assistere di più alle parole – per presentarli scientificamente – che all’azione, materia in cui il regista è sempre stato un maestro. L’adrenalina non manca, ma di certo non siamo ai livelli di Inception e de Il cavaliere oscuro. Cio, in fondo, non sarebbe propriamente un problema, perché pur richiedendo una forte dose di sospensione dell’incredulità, l’avventura del viaggio interstellare dei protagonisti diventa emozionante, oltre che (difficilmente) credibile. Ma il film resta, appunto, un atto d’amore verso scienza e progresso (forse perché la fase di pre-produzione cominciò proprio nel 2006, l’anno di The Prestige) che chiede davvero troppo allo spettatore, restituendo, purtroppo, meno di quanto sia servito per stare al passo con la geniale – bisogna ammetterlo – struttura narrativa del film.
Il problema non risiede nella difficoltà concettuale delle basi teoriche su cui poggia, ma nella mancanza, in questo caso – ed è la prima volta rispetto alle precedenti opere – di una marcata e decisa impronta autoriale. Nolan riflette su una forza, decisiva per la storia dei suoi personaggi e infine per quella della Storia dell’uomo, che prima sembra essere quella gravitazionale, poi si svela essere quella dell’amore, inteso come eros, attrazione emotiva, legame familiare. Grazie alla (ri)scoperta di un sentimento così antico, legato però alle evoluzioni tecnologiche di un futuro remotissimo, di colpo svanisce ogni inquietudine, non solo esistenziale ma anche concreta e dolorasemente pragmatica, dato che la la Terra di Interstellar è un pianeta destinato alla morte.
Un simile cambio di passo, da un regista che ci ha abituato a scandagliare la profondità e la complessità dell’animo umano, non ce lo aspettavamo. Ed è una svolta che relega la pellicola nel novero dell’ottimo cinema d’intrattenimento, intelligente e di qualità, ma purtroppo nulla di più. Siamo lontani, e spiace constatarlo, da quel blockbuster d’autore di Inception.
Tuttavia, siamo di fronte a un’opera che segna un’altra svolta, ben più felice, che è quella della forma. Raccontare in parallelo due dimensioni temporali attenendosi scrupolosamente alle teorie della relatività è un primato assoluto, che dal punto di vista cinematografico si traduce nella produzione di un montaggio che riesce davvero a stupire. La scelta, poi, di preferire l’uso di modellini e scenografie alla computer grafica, oltre a conferire i canoni estetici dei classici del genere, regala un realismo e una verosimiglianza sorprendenti.
Hans Zimmer è come sempre trascinante ma stavolta, invece di concentrarsi sul tema principale, si sofferma con estrema acutezza sugli effetti sonori, rendendo lo spazio e i pianeti extraterrestri quasi dotati di una voce e di un linguaggio propri. Da segnalare infine, l’interpretazione di Matthew McConaughey, sempre più galvanizzato da copioni che esaltano la sua ormai affermata poliedricità: il suo Cooper è un (ultra) moderno Ulisse, un eroe dal cui ritorno dipendono le sorti non solo della sua personale Itaca ma dell’umanità intera. Da Christopher Nolan aspettiamo invece ritorno alle origini artistico, perché nonostante le virtuose evoluzioni del suo nuovissimo modo di fare cinema, rimpiangiamo le analisi cupe e beffarde di una realtà in cui l’amore, spesso, non basta.

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