Cinema News Registi — 22 giugno 2014

Manuela Tempesta è una giovane regista. Ma non è solo questo. E’ una soggettista, è una sceneggiatrice. Ed è una cinefila laureata in filmologia al DAMS che ha firmato documentari sul cinema italiano classico talmente interessanti da farla finire sul red carpet del Festival di Cannes. Quest’anno ha esordito nel lungometraggio con Pane e burlesque, una commedia al femminile scritta insieme a Massimiliano Bruno (uno dei più poliedrici talenti del cinema e del teatro italiano degli ultimi anni), riuscendo a radunare un cast stellare e, soprattutto, a riempire le sale nonostante l’uscita quasi estiva, il 29 maggio.
Insomma, una scommessa più che vinta. Una giovane donna che riesce nell’intento di parlare di donne al più ampio pubblico possibile in un settore, il cinema, che ultimamente non naviga in buone acque, Manuela è quello che potremmo definire un “caso americano” in un panorama cinematografico, quello italiano, che non ne presenta tanti, purtroppo. Con grande piacere l’abbiamo intervistata per farci raccontare questa scommessa in prima persona.

 

Il film sta andando molto bene, sia a livello di pubblico che di critica. Come ti è venuta l’idea?
Mi è venuta semplicemente guardandomi intorno in questo momento di crisi. Volevo raccontare una realtà che sta andando a fondo, una volta tanto attraverso uno sguardo femminile. I cambiamenti economici, sociali, il cambiamento dei rapporti uomo-donna. L’ispirazione è venuta dalle social comedies inglesi come Full Monty, ma anche da Ken Loach.
A questo aggiungi la mia passione per il burlesque, per Dita von Teese, quel glamour da donna di altri tempi.

Tu sei romana. Come mai hai scelto di girare in Puglia?
La sceneggiatura era ambientata dall’inizio in un piccolo paesino del Sud. Serviva un luogo che rappresentasse una provincia con qualche pregiudizio, un posto piccolo in cui si sa tutto di tutti. L’idea era di rapportare lo “scandalo” del burlesque con una mentalità un po’ arretrata. Poi io amo il paesaggio, i colori, i sapori del Sud e della Puglia, così abbiamo partecipato al bando della Film Commision pugliese e lo abbiamo vinto.

E va detto che gli attori parlano tutti con un accento pugliese perfetto. E’ una sorpresa perché, almeno i protagonisti, non sono pugliesi: Impacciatore, Andreozzi, Leo e Guzzanti sono romani, Giovanna Rei è napoletana, Domenico Fortunato è lucano. Solo Laura Chiatti, che è umbra, ha mantenuto il suo accento nativo.
Sì, abbiamo avuto un Dialogue Coach di Monopoli a disposizione per tutte le riprese che ha insegnato l’accento pugliese di quella zona molto bene a tutti gli attori. Ma era necessario che il personaggio di Laura Chiatti parlasse con un altro accento per rendere chiaro che viene da lontano e che il fatto di vivere lì con il marito è una scelta d’amore.

Tu sei autrice dei soggetti e delle ricerche d’archivio di diversi documentari molto interessanti, come Pietro germi: il bravo, il bello, il cattivo di Claudio Bondì, che fu addirittura selezionato al Festival di Cannes 2009, nella sezione Cannes Classics. C’è qualche influenza “germiana” nel tuo lavoro?
C’è da dire innanzitutto che, purtroppo, l’industria cinematografica italiana in cui lavoravano Pietro Germi e tanti altri maestri, diciamo l’industria degli anni ’50, ’60 e ’70 non esiste più: io avuto a disposizione solo cinque settimane per le riprese, loro avevano mesi. La lezione che si può trarre da Germi è di avere molta attenzione ai campi di ripresa, alla fotografia, e soprattutto molto rigore nella sceneggiatura.

Personalmente, mi pare di vedere nel film, rispetto alle commedie all’italiana classiche e ancor più a quelle contemporanee, meno amarezza. C’è un discorso sociale drammatico ma non è affrontato con violenza. E soprattutto, l’occhio sulle loro debolezze dei personaggi non è caustico, è tenero. La risata non scaturisce dalla meschineria morale: Truffaut avrebbe detto che la satira ricade nel sorriso, non nella smorfia.
C’è anche un certo ottimismo di fondo che richiama più Frank Capra che la commedia all’italiana, specialmente nel personaggio della donna politica “pulita” interpretato dalla grande Caterina Guzzanti, una sorta di “Mr. Smith” al femminile.
Questo sì che è un complimento! Sicuramente dipende dal fatto che ho uno sguardo femminile sui personaggi, non c’è giudizio. Non punto il dito perché non serve, volevo regalare un po’ di speranza, anche sull’arte di arrangiarsi. Nel film si usa ciò che si ha a disposizione per mettere a posto situazioni tragiche. Ci si pone domande su cosa fare in concreto, al di là della politica. La speranza è la protagonista.

Un’altra scelta rimarchevole è che c’è poco nudo, per essere un film che parla del burlesque…
E’ vero! E’ stata una scelta mia ma anche delle attrici che non volevano essere molto scoperte… come sono cambiate le cose all’interno del cinema, eh? Ma la ragione narrativa è che il burlesque non è usato a fini seduttivi, ma come mezzo per sopravvivere.

Hai avuto difficoltà particolari sul set? Come è stato il rapporto con attori, troupe e produzione?
Le difficoltà sono state legate ai ritmi di produzione molto serrati. Avrei voluto realizzare diverse scene in modo diverso ma il tempo era poco. Avevo passato mesi a scrivere una shooting list di tutto il film ma, purtroppo, non ho mai potuto rispettarla per motivi di tempo e logistica.

Ti senti più sceneggiatrice o regista?
Diciamo che mi sento autrice. Ho sempre moltissime idee e a volte è difficile gestirle. In compenso ricevo tanti complimenti perché ho sempre molto materiale.

Come hai raggiunto la possibilità di realizzare questo film?
Ho avuto l’idea nel 2010: avrei voluto scattare una polaroid di momento storico italiano. Ho raccontato a Massimiliano Bruno e lui mi ha spinto a portarla avanti. Ci ha subito creduto. Alla fine ha portato la sceneggiatura alla Produzione e Federica Lucisano mi ha chiamato… E’ nato così.

A questo punto una domanda d’obbligo. Il cinema italiano è in crisi? Il sistema di produzione è sbagliato?
Non è in crisi di idee. La crisi è legata alla filiera produttivo-distributiva, una committenza a cui il regista è costretto a dar conto. L’idea che tu hai sviluppato si trasforma. Possiamo dire tranquillamente che uno dei maggiori problemi è l’incontro tra autori e committenza.
È un rapporto che si modifica soprattutto per problemi di budget. Ad esempio, è stato preso un cast in grado di soddisfare le aspettative dell’autore? Si può fare un piano di lavoro consono alle intenzioni dell’autore? Certo, hai molta più libertà se giri film indipendenti ma arrivi ad un pubblico molto molto ristrettto, quindi è il classico cane che si morde la coda.
Soprattutto però bisogna interrogarsi su come vengono gestiti i fondi destinati al cinema: è da lì che parte tutto.
Quanto a me, se potrò continuerò a darmi al documentario ma certo vorrei fare di tutto, solo commedie auotriali.

Allora quali consigli pratici daresti ai tuoi coetanei che hanno progetti cinematografici ma non sanno come realizzarli?
Primo consiglio: imparare a scrivere bene. Tentare di raccontare storie nel miglior modo possibile e solo storie che si amano, perché ci si deve battere per realizzarle!
Secondo: frequentare incontri e festival in cui si possono incontrare produttori.
Terzo: tentare di partecipare a festival e concorsi e spedire i propri manoscritti. Insomma, muoversi in modo molto mirato.

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