Cinema News — 12 novembre 2012

Dal romanzo di Niccolò Ammanniti. Il quattordicenne Lorenzo svicola dalla settimana bianca con la sua classe, rintanandosi in cantina per tutto il periodo. Sdraiato su un divano, circondato di Coca-Cola, scatolette di tonno e romanzi horror..

E’ noto che per restare fedele a un romanzo a volte il cinema deve “tradirlo”, un compito che può risultare non impervio, se dietro la mdp c’è un cineasta della caratura di Bernardo Bertolucci. Prima inquadratura: Lorenzo seduto ad un tavolo con il capo all’ingiù. Si trova dallo psicologo per poi uscire ed infilarsi velocemente le cuffie dell’iPod. E’ un narciso che non sente nemmeno il bisogno di entrare in contatto con gli altri.

Nella cantina dove il giovane si rifugia sopraggiunge Olivia, sorellastra da parte di padre che non vede da anni. Lorenzo non sa ancora che la ragazza è una ex-tossica che sta passando il momento peggiore della disintossicazione

Bertolucci dopo i ribelli sessantottini di The Dreamers, costruisce una ritratto all’insegna del cupo pessimismo sui giovani di oggi, passato a Cannes 2012, dove il mantra familiare è “mio figlio ha ragione.” Sicchè molti giovani crescono inetti, prepotenti e fragili, e il disvalore aggiunto è anche la mancanza di una figura autoritaria, che perciò genera figli come Lorenzo ed Olivia. Il problema è che nonostante la straordinaria performance della rivelazione Tea Falco, le troppe emozioni messe in gioco, finiscono con il neutralizzarsi a vicenda, sottraendo tensione drammaturgica al rapporto interpersonale fra i due giovani e relegando sullo sfondo la crisi dell’istituzione familiare. Nel parallelismo sbilenco delle loro esistenze si afferma solo parzialmente un forte legame affettivo fra Lorenzo e Olivia. Ma chi scrive non vuole spingere lo spettatore sulla strada sbagliata, inducendolo a convincersi che si tratta di un racconto poeticistico con troppi abbandoni a facili tremori e commozioni.

Il montaggio è dunque una serie di tavole composite in cui le parole (dialoghi,riflessioni) si irradiano dalle figure (corpi e oggetti) e non dimentichiamoci che nel DNA registico ci sono i versi del padre/poeta Attilio Bertolucci.

Quella di Bertolucci figlio non è una coerenza narrativa ma iconica e Io e te è la rappresentazione di una sconfitta generazionale di un microcosmo perennemente scisso in due fazioni: l’egocentrismo e la solidarietà giovanile. L’idea di questa crisi interessa a Bertolucci in relazione alle nuove generazioni. E’ affascinato dall’estemporaneità di due giovani che si rimettono in gioco, due personaggi fintamente risolti. Questa irrisolutezza ossia ciò che incrinerà le loro convinzioni è un’apertura verso l’altro e verso la vita.

E’ una soluzione provvisoria questa che sigilla un percorso capace di turbare e coinvolgere per il suo affondo esistenziale reso con una passionata ma a volte intellettualizzante scrittura filmica .

Un film che fa comunque spicco fra tanto spreco, di immagini mentite e futili.

Fabio Zanello 

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