Archivio film Cinema News — 06 Gennaio 2016

 

Titolo originale: Irrational Man
Lingua: inglese
Paese di produzione: Stati Uniti d’America
Anno: 2015
Durata: 96 min
Genere: commedia, sentimentale giallo
Regia: Woody Allen
Soggetto: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produttore: Letty Aronson, Stephen Tenenbaum, Edward Walson
Produttore esecutivo: Ronald L. Chez, Adam B. Stern, Allan Teh
Casa di produzione: Gravier Productions, Perdido Production
Distribuzione (Italia): Warner Bros
Fotografia: Darius Khondji
Montaggio: Alisa Lepselter
Scenografia: Santo Loquasto
Costumi: Suzy Benzinger
Trucco: Sherryn Smith
Interpreti: Joaquin Phoenix, Emma Stone, Parker Posey, Jamie Blackley, Betsey Aidem, Ethan Philips, Meredith Hagner, Ben Rosenfield, David Aaron Baker

Sottofondo jazz, umorismo cinico e implacabilità del caso: il vecchio Woody continua a piacerci, ma senza sorprenderci più. E uscendo di sala pensiamo a Match Point, mentre la nostra mente già si arrovella su dove posizionare Irrational Man nella classifica di una filmografia lunga 80 anni e 49 film. Inevitabilmente Crimini e Misfatti, Sogni e Delitti ci ricordano del fascino alleniano per la morte come estrema ir-ratio per liberarsi dai problemi e godere meglio della vita. L’ultima variazione sui temi dostoevskiani però, ha un ritmo travolgente, una sceneggiatura degna del maestro, la carismatica interpretazione di un meravigliosamente trasandato Joaquin Phoenix e una nuova musa. Occhi verdi e fulva chioma, Emma Stone, già nominata erede di Diane Keaton, aveva già abbagliato il razionale Colin Firth in Magic in the Moonlight, e ora non si ferma davanti alla sfida dell’irrazionale professor Phoenix. Irrational Man è l’ennesima manifestazione del rapporto dell’essere umano con la propria esistenza, che può mutare secondo gli attori e la messa in scena, ma in fondo resta sempre uguale. I suoi personaggi non sono altro che comparse di uno spettacolo senza senso su cui, però, non smettono mai di interrogarsi. E stavolta tocca a Joaquin Phoenix dare voce al maestro nascosto dietro le quinte.
Abe Lucas, professore di filosofia, arriva all’università di Newport preceduto dalla fama di intellettuale impegnato e affascinante. In realtà, è un uomo frustrato, malinconico fino alla depressione, che trascina sempre con sé una bottiglia di whiskey e la fatica di esistere. Mentre cerca di scrivere un saggio su Heidegger e il fascismo, Abe si ritrova coinvolto in due relazioni: una con la collega Rita Richards in cerca di svolte estreme alla sua insoddisfacente vita, l’altra con la migliore studentessa del corso, Jill Pollard, della quale vorrebbe essere solo amico. A sconvolgere il triangolo amoroso, interviene il caso, come spesso succede negli intrecci di Allen. Seduti in un ristorante, Abe e Jill origliano una conversazione riguardante una donna, un giudice e l’affidamento di un minore. Abe sembra colto da un’epifania. Il suo ritorno alla vita sarebbe forse possibile attraverso l’espulsione dalla vita di un altro, un estraneo che ai suoi occhi incarna il male da eliminare. Il delitto diventa un atto di giustizia, così il professore di filosofia giustifica razionalmente il suo estremo e irrazionale egoismo.
Quando la studentessa innamorata scopre il misfatto, si sorprende di aver conservato i suoi valori morali nonostante la discesa nell’immoralità dell’idealizzato professore. La catena di imprevedibili eventi che si erano susseguiti in una corsa all’ultimo respiro sul ritmo di The “In” Crowd si spezza con un finale poco alleniano. Perfetti sillogismi e congegnati ragionamenti si frantumano in una brutale lotta che porta il carnefice a cadere nella trappola preparata per la vittima. Woody Allen gira intorno a se stesso prima di scivolare in un epilogo affrettato e inadeguato.
Un delitto senza castigo dalla moralità, come sempre ignorata, e per di più beffata. Se la vita non ha senso e la morte è solo uno strumento per risolvere le conflittualità, il delitto annega nel nichilismo dell’atto gratuito alla Gide. Fare il bene compiendo il male, sembra l’unico riscatto di chi non ha più niente da perdere e riversa sull’altro il disagio che si annida nella propria anima. “L’inferno sono gli altri”, Abe arriva a dar ragione a Sartre. Ma poi rivela la sua vera essenza, il prestigioso professore dagli ideali romantici si rivela semplice rappresentazione dell’assurdità dell’esistenza. “Esiste una differenza tra un mondo teorico di stronzate filosofiche e la vita vera”, insegna Abe ai suoi studenti. Ed è cercando di colmare quella distanza che Abe si perde. Il mondo kantiano privo della seppur minima menzogna sarebbe l’ideale ma non corrisponde alla realtà, ribadisce il professore sfidando la sorte con una pistola alle tempie.
Non resta che distrarsi dalla vita. Quella che per Abe è risolvere i contrasti tra teoria e realtà, per Woody Allen è fare cinema. A ritmo di un film per anno, Woody continua a sorprenderci anche quando non ha più nulla da aggiungere, e in fondo torna un po’ a ripetersi. Irrational Man ripercorre i leit motiv prediletti del maestro che dipinse Manhattan a ritmo di jazz e smascherò alibi e menzogne dell’uomo sul filo dell’ironia. In fondo i quesiti dell’uomo sono sempre gli stessi, sono le risposte che variano secondo il tempo, l’umore, le prospettive. “Quindi di cosa stiamo parlando? Moralità? Scelta? Estetica? La casualità della vita?”

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *