Archivio film Cinema News — 06 novembre 2017

Il concetto di minaccioso è stato minutamente preso in esame da Martin Heidegger, nel suo capolavoro Essere e tempo, tripartendolo in: Spavento, orrore e terrore, cito dal testo:
Il davanti-a dello spavento è in prima istanza qualcosa di noto e di famigliare. Se invece, il minaccioso ha il carattere di una totale non-famigliarità, allora la paura diventa orrore. E quando poi un minacciante viene incontro col carattere dell’orribile, recando altresì il carattere d’incontro dello spaventoso (la repentinità), allora la paura si tramuta in terrore.

A questo proposito è possibile azzardare una lettura di questa catalogazione di Heidegger applicandola al romanzo IT di Stephen King e alle sue due versioni audiovisive, lo sceneggiato di Tommy Lee Wallace del 1990 e il film firmato da Andy Muschietti, ora nelle sale.

Se indubbiamente il biblico caposaldo di King sprigiona ad ogni rinnovata lettura orrore e il TV Movie terrore (perchè coadiuvato dalla repentinità dei fotogrammi), il film di Muschietti si limita allo spavento, un effetto da babaù che salta fuori dalla scatola esaurendo la propria efficacia nella simultaneità del gesto.

Questo effettismo dello spavento isolato credo che nel cinema horror si sia prepotentemente affacciato con il pessimo Haunting – Presenze di Jan De Bont, con i suoi fantasmini allungati e lamentosi prelevati da un certo immaginario J. Horror, che hanno poi proliferato dal The Ring di Verbinski fino a Il Caso Enfield, passando per La Madre, mediocre opera prima di Muschietti.

L’unheimlich (alla lettera lontano dal famigliare), secondo Schelling è tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto, e invece è affiorato, ed è proprio questa la forza risucchiante del romanzo verso un ignoto, un IT per l’appunto.
Il TV Movie di Tommy Lee Wallace semplificava scolasticamente il modello letterario, vivendo della carismatica presenza del Pennywise di Tim Curry, sempre in bilico tra essere e apparire, tra la superficie di una normalità apparente e la profondità di un orrore inconoscibile. Muschietti recupera le prospettive balorde del suo esordio La Madre(tra asimmetrie di alberi e case con contorcimenti corporei) innestandole in un effetto nostalgia in cui non basta la struggente Six Different Ways dei The Cure in colonna sonora o il poster di Nightmare 5 per dare godibilità
proustiana al prodotto, che finisce per avere l’odore di una vecchia videoteca violata da un innesto con un Multiplex di ultima generazione.

Sarebbe pretestuoso cercarvi la profondità politica e il portato universale di King, questo è ovvio, ma è giusto pretendere una dimensione del terrore capace di sorprendere lo spettatore anche attraverso il fuori campo, come accadeva con il volto disperato della madre e poi in controcampo con il triciclo rovesciato della figlia, nel precedente modello televisivo. L’ingenuità del prodotto di Lee Wallace (risibile nella lotta finale con il ragno), spesso colpiva nel segno proprio perché scevra da sovrastrutture iperspettacolari, da architetture forzose della paura, in cui Muschietti invece pesca a piene mani, impaginando il primo capitolo di un dittico (il prossimo nelle sale nel 2019) che mescola l’effettismo al copiaticcio, senza intersecazioni temporali che davano maggior respiro narrativo e agilità alla storia. Una sola la sequenza ben impaginata e depositaria di un vago sapore della scrittura del Re, quella in cui i volti dei giovanissimi protagonisti (tra l’altro molto bravi) affiorano dal lago in una ripresa a pelo d’acqua come i protagonisti di Nuovomondo di Crialese.

In una stagione cinematografica che annovera numerose trasposizioni dei romanzi del maestro di Portland, tra serialità e film da sala, IT di Muschietti non è certo la peggiore (vedi La Torre nera di Arcel) ma di sicuro la più irritante, perchè si intravedono all’orizzonte barlumi di possibilità espressiva ridotti miseramente a stucco da tunnel degli orrori, puntando alla contorsione fisiologica dell’effetto visivo che si fa corpo plastificato del concetto di orrore.
Al contrario l’orrore mentale che si fa spazio come un corpo estraneo, si trova magnificamente in Il Gioco di Gerald di Mike Flanagan, film straordinario in cui minaccioso, orrorifico e terrifico riacquistano la propria dignità originaria.

 

 

 

 

 

 

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