Archivio film Cinema News — 27 febbraio 2017

Titolo originale: Jackie
Genere: Drammatico/Biografico
Regia: Pablo Larraín
Sceneggiatura: Noah Oppenheim
Fotografia: Stéphane Fontaine
Cast: Natalie Portman, Peter Sarsagaard, Greta Gerwig, Billy Crudup, John Hurt, Richard E. Grant, John Carroll Lynch.
Produzione: Juan de Dios Larraín, Darren Aronofsky, Mickey Liddell, Scott Franklin, Ari Handel
Nazionalità: Stati Uniti, Cile
Anno: 2016
Durata: 100 minuti

Pablo Larraín è un regista che riesce costantemente a spiazzare e a sorprendere lo spettatore girando film (quasi) sempre molto diversi tra loro e da quello che ci si può aspettare, come dimostra anche Jackie, il suo primo lungometraggio in lingua inglese e di produzione statunitense.

Infatti, coloro che prevedevano un lavoro stilisticamente più classico e convenzionale per via della produzione nord americana sono stati puntualmente smentiti dalla struttura antilineare e disarticolata adottata dall’autore cileno, che qui racconta la Jacqueline Kennedy dei giorni successivi alla morte di JFK tramite molteplici flashback che alternano continuamente passato e presente.

Una scelta che dà vita a una narrazione a incastro e assolutamente frammentata nel suo costante incrociare spazi e tempi diversi: una struttura che può sembrare (e in parte lo è) un po’ forzata, ma che ha la specifica funzione di penetrare nella psiche contemporaneamente confusa, sofferente e determinata della protagonista, la quale qui si confessa a un giornalista e, indirettamente, anche a noi spettatori.

Una modalità narrativa che, mostrando l’emotività di una persona ai vertici dello Stato, contribuisce a svelare i meccanismi mentali e decisionali dei potenti e a sottolineare lo scarto tra l’immagine pubblica di un personaggio e la sua realtà più intima e nascosta.

Qui, infatti, viene spesso evidenziata la differenza – a volte sottile, a volte marcata – tra la Jackie mediatica e la Jackie privata, tra la vedova affranta ma coraggiosa vista al funerale pubblico e la donna tormentata che parla con un prete, tra l’icona sorridente ed elegante ripresa dalla televisione e la persona aggressiva e decisa che discute con Bob Kennedy o con un cronista.

Aspetti che evidenziano quanto l’opera rifletta su come il potere si autorappresenti, a volte mitizzando se stesso tramite l’evocazione di specifici eventi e personaggi storici (qui l’ex First Lady cerca di associare la figura del marito a quella di Lincoln), a volte “entrando” nelle case dei cittadini, come dimostrano i flashback sulle riprese di un documentario televisivo sulla Casa Bianca. Un discorso, quello intrapreso dal cineasta sudamericano, sul rapporto tra media, politica e storia che accomuna il lavoro in questione ai predenti lavori dell’autore, in primis Neruda e No – I giorni dell’arcobaleno.

Il risultato complessivo è, come accade spesso nella filmografia di Larraín, assolutamente interessante e stratificato sul piano dei contenuti e assai inquietante su quello emotivo. Questo perché Jackie è pervaso da un climax teso e disturbante, dovuto sia ai numerosi e soffocanti primi piani sul volto nervoso della protagonista (interpretata benissimo da Natalie Portman) sia alla costante presenza di musiche lugubri e angoscianti, giustamente candidate all’Oscar.

L’unica vera pecca del lungometraggio risiede forse in una struttura testuale interessante ma eccessivamente insistita nella sua (voluta) frammentazione. Un limite presente almeno in parte anche in Neruda e che a tratti fa venire nostalgia della compattezza di Post Mortem e Il club, opere altrettanto stratificate ma più asciutte e rigorose sul piano formale.

Una linea stilistica che però dimostra ancora una volta la grande poliedricità del cinema di Larraín, capace di attraversare forme, narrazioni e generi differenti con dei risultati magari non sempre perfetti, ma comunque intriganti ed efficaci.

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