Cinema News — 27 marzo 2014

Titolo originale: Jimmy P. (Psychotherapy of a Plains Indian)
Regia: Arnaud Desplechin
Soggetto: Georges Devereux (libro Psychotherapy of a Plains Indian)
Sceneggiatura: Arnaud Desplechin, Kent Jones, Julie Peyr
Cast: Benicio Del Toro, Mathieu Amalric, Gina McKee, Larry Pine, Joseph Cross
Fotografia: Stéphane Fontaine
Montaggio: Laurence Briaud
Scenografia: Dina Goldman
Musiche: Howard Shore
Produzione: Why Not Productions, Worldview Entertainment
Distribuzione: BiM Distribuzione
Nazionalità: Stati Uniti, Francia
Anno: 2013
Durata: 114

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2013, Jimmy P. di Arnaud Desplechin è il secondo lungometraggio in lingua inglese del regista francese. Per questa trasposizione cinematografica Desplechin si è ispirato a una storia vera tratta dal lavoro dell’antropologo e psicanalista Georges Devereux “Psychothérapie d’un Indien des planes”.

Jimmy Picard è un nativo americano della tribù dei Blackfoot reduce dalla seconda guerra mondiale che vive e lavora nel ranch della sorella maggiore. Dal momento che soffre di numerosi disturbi – vista offuscata, perdita dell’udito e attacchi di panico – sua sorella, preoccupata per le sue condizioni, lo accompagna all’ospedale militare di Topeka, specializzato nelle patologie dei veterani. Dopo le prime diagnosi, il paziente viene ritenuto sano fisicamente ma affetto da schizofrenia dal corpo medico dell’ospedale che, incapace di aiutarlo, richiede il parere e l’intervento di Georges Devereux, antropologo, psicanalista e studioso della cultura degli indiani d’America. Approdato in Kansas Georges individuerà il disagio psicosociale di Jimmy, attraverso un percorso terapeutico basato sulla fiducia e sull’amicizia.

L’anima tormentata, il sogno e la memoria. Quello che non si vede e che non si riesce a comprendere fermandosi alla superficie delle cose è l’oggetto dell’analisi del regista che si avvale di un energico Mathieu Amalric per mostrarci il male invisibile del paziente, interpretato da uno straordinario Benicio Del Toro. L’empatia tra i due cresce di seduta in seduta, ma non decolla mai il ritmo di una trama volutamente piatta che pone al centro dell’attenzione dello spettatore non gli eventi, ma le ottime interpretazioni dei due protagonisti. Due attori molto diversi tra loro proprio come lo sono Jimmy Picard e Georges Devereux che, nonostante le loro differenze, troveranno punti d’incontro e una strada da percorrere insieme. Una via che porterà alla guarigione del paziente, al riconoscimento del lavoro dell’analista e all’accrescimento culturale di entrambi.

I rapporti tra inconscio e settima arte sono noti e sono stati affrontati in modi molto diversi tra loro in passato. Quello di Desplechin è un omaggio all’intimità della psicanalisi, al rapporto medico/paziente, una dimensione intima, quella del colloquio in studio, solitamente più teatrale che cinematografica. Un film che non convince a pieno e non appassiona, ma che assolve degnamente l’obiettivo preposto dal regista di raccontare, attraverso il linguaggio cinematografico, l’itinerario terapeutico di un veterano di guerra ferito nell’anima.

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