Archivio film Cinema News — 27 gennaio 2015

Titolo: Jimmy’s Hall – Una storia d’amore e di libertà
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty, da un lavoro teatrale di Donal O’Kelly
Cast: Barry Ward, Simone Kirby, Andrew Scott, Jim Norton
Fotografia: Robbie Ryan
Montaggio: Jonathan Morris
Scenografia: Fergus Clegg
Musiche: George Fenton
Produzione: Sixteen Films, Element Pictures, Why Not Productions, Wild Bunch, Bfi, Film4, Irish Film Board
Paese: Regno Unito, Francia, Irlanda
Anno: 2014
Durata: 109 min.

“Sono sempre quelli i nemici: i padroni e i preti.”
Senza dubbi alcuni, un Loach così fortemente anticlericale non si era mai visto: il padre Sheridan (Jim Norton) di Jimmy’s Hall è l’effige perfetta di un’istituzione che Ken Loach stigmatizza, al pari dei latifondisti, della destra, del passato e, di conseguenza, di un presente che ha bisogno di forti cambiamenti. Siamo nel ’32, contea di Leitrim in Irlanda e, mentre i contadini lottano per i propri diritti provando a occupare proprietà dalle quali sono stati sfrattati, la tanto additata (da Sheridan durante i suoi sermoni in chiesa) “smania per il piacere” altro non è che desiderio di libertà e giustizia, voglia di esprimersi, ognuno in maniera diversa e in base alle proprie inclinazioni. È nell’attivismo dei suoi personaggi che questo film differisce da Il vento che accarezza l’erba (The Wind that Shakes the Barley, 2006): descrivere una classe, quella dei contadini, dall’animo tutt’altro che scorante è l’intenzione del ritorno ultimo del regista britannico a quei paesaggi verdi e brumosi coi quali stona, però, la condizione delle persone che ci vivono. Anche Hidden Angela, del 1990, tra i primi lavori a dargli una certa notorietà, venne ambientato in Irlanda.
Il rientro di Jimmy Gralton (Barry Ward), dopo un esilio di dieci anni negli Stati Uniti, apre il film. Il suo allontanamento, di nuovo per esilio e con l’assurda accusa di “immigrazione clandestina”, lo chiude. In mezzo c’è la riapertura di una hall di paese dove si balla, certo, ma si tira anche di boxe, si ricama, si leggono poesie e si dipinge, tra le altre cose. Il recupero di questo spazio di riferimento è un’impresa talmente carica di idee (e di ideologia) da comparire sul quotidiano “Irish Worker’s Voice” e da essere, di conseguenza, considerata una sfida ai limiti del religioso da padre Sheridan: lì i racconti di quanto sta avvenendo in America e gli ideali del carismatico protagonista non fanno altro che animare il fermento dei suoi amici (tra i momenti più aggreganti c’è l’esibizione del grande grammofono che Jimmy si è portato dietro insieme ai dischi di musica jazz e ai balli, come il lindy hop, che ha imparato e che insegnerà loro). Ça va sans dire, vita dura per Jimmy Gralton e per la sua hall: il “fuoco e fiamme” figurativo, usato come minaccia contro i parrocchiani per far redimere le loro anime, diventa letterale.

Jimmy’s Hall è molto folk. Il film è un compendio di usi, costumi e cultura irlandese, alcuni dei quali impiegati in maniera abile. Come una versione di Siúil, à Ghrá che viene cantata nella hall da alcune donne. Un canto-lamento molto popolare la cui origine si è persa nel tempo e che serba in sé un bel po’ di storia, considerati i numerosi riadattamenti (tra i quali uno di Thomas Moore). Il lamento, in breve, è quello di una donna per l’uomo che ha dovuto lasciare la propria terra (e Jimmy un amore lo aveva lasciato, eccome). Linguisticamente maccheronico (coro gaelico e ritornello in inglese), raffigurerebbe sia la sudditanza alla corona inglese sia l’espatrio. Altra citazione di una certa caratura è la presenza di The song of wandering Aengus di Yeats: voice-over per un campo visivo che ci mostra Jimmy mentre taglia il fieno dà alla scena un certo misticismo, facendone il momento lirico più alto.

Tra le immagini di repertorio presenti nel film inserite da un esperto del documentario qual è Ken Loach, oltre ai cinegiornali della casa Pathé, c’è la sigla iniziale che è fatta di sequenze d’archivio di una New York schiacciata dal crollo di Wall Street: le immagini della Statua della Libertà e di Ellis Island, punto d’approdo agognato da non si sa quanti emigranti, e dei tanti operai sui cantieri, si avvicendano con immagini di strada, di mense sociali, di fame e di povertà. Gralton spiegherà le falle di una società capitalistica che lui ha conosciuto e che pensava di aver lasciato per sempre.

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