Cinema Eventi News — 09 agosto 2014

Titolo: Joe
Regia: David Gordon Green
Soggetto: basato sul romanzo omonimo di Larry Brown
Sceneggiatura: Gary Hawkins
Fotografia: Tim Orr
Montaggio: Colin Patton
Scenografia: Chris L. Spellman
Costumi: Karen Malecki, Jill Newell
Musiche: Jeff McIlwain, David Wingo
Cast: Nicolas Cage, Tye Sheridan, Gary Poulter, Ronnie Gene Blevins, Adriene Mishler
Produzione: Worldview Entertainment, Dreambridge Films, Muskat Filmed Properties, Rough House (I)
Nazionalità: Usa
Anno: 2013
Durata: 117 minuti

 

L’americano Gordon Green esordiva nel lungometraggio nel 2000, con l’apprezzato e premiato George Washington, racconto di un’adolescenza difficile ambientato in North Carolina, protagonisti dei giovani afroamericani che vivono in condizioni precarie.  Dopo più di dieci anni, con svariate regie cinematografiche e televisive alle spalle (tra cui ricordiamo Undertow, film passato al Festival di Torino nel 2004, prodotto da Terrence Malick), nel 2013 presenta alla Mostra del Cinema di Venezia il suo ultimo lavoro, Joe, di prossima uscita nelle sale italiane.

L’America profonda dei reietti e dei dimenticati è qui rappresentata con un approccio al contempo lirico e documentaristico: abitazioni dimesse e malandate e campagne desolate, luoghi saturi di malinconia e disperazione, popolati da alcolizzati e prostitute o, nel migliore dei casi, da persone che lottano quotidianamente per mantenere intatta la propria dignità e la propria “umanità”, cercando di non lasciarsi sopraffare dallo squallore e dalla violenza.

La storia raccontata nel film è tratta dal romanzo omonimo dello scrittore americano Larry Brown; Gary (il giovanissimo Tye Sheridan di The Tree of Life) ha quindici anni e una situazione familiare disastrosa: la madre indifferente e inerme di fronte alla brutalità del padre anziano e alcolista, la sorella che vive chiusa in casa e ha smesso perfino di parlare. Per caso incontra Joe (un insolito quanto indovinato Nicolas Cage), un uomo dal passato problematico che fa del suo meglio per tenersi lontano dalla prigione, e gestisce una ditta che si occupa di disboscamento lavorando tuttavia ai limiti della legalità. Il film è la descrizione della loro salvifica amicizia e del tentativo di Gary di ritrovare in Joe quella figura paterna di cui, a ragione, si sente privo.

Su una vicenda essenziale e semplice, a ben guardare neppure particolarmente innovativa o singolare, Gordon Green innesta uno stile, un tratto, un tocco fortemente peculiari: il suo è un sentire poetico, lieve e tuttavia incredibilmente incisivo, frutto di uno sguardo acuto e personalissimo che imprime a Joe atmosfere intense e definite, difficili da dimenticare. L’accurata descrizione dell’ambiente, che passa attraverso un uso studiato e sapiente della luce e del colore, diventa descrizione empatica di un (doloroso) stato d’animo, di una visione (sofferta) delle cose, propria di un mondo in bilico, a un passo dall’essere condannato alla rovina, scongiurata e allontanata da un finale che seppure non è lieto si apre tuttavia alla speranza con una chiara metafora: se all’inizio del film Gary aveva imparato ad “avvelenare” gli alberi, ora imparerà a piantarli.
La Natura, che si fa dunque allegoria conclusiva e beneaugurante della rinascita di uno dei protagonisti, è anche oggetto privilegiato dello sguardo del regista, che in questo si rivela in parte erede, per così dire, di uno dei maggiori registi americani (e non solo): Terrence Malick, del quale mostra di avere assimilato la lezione anzitutto nella descrizione del paesaggio che diventa, in un certo senso, un paesaggio interiore.

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