Archivio film Cinema News — 12 Febbraio 2020

Titolo originale: Jojo Rabbit

Regia: Taika Waititi


Soggetto: tratto dal romanzo Come semi d’autunno di Christine Leunens


Sceneggiatura: Taika Waititi


Cast: Taika Waititi, Rebel Wilson, Alfie Allen, Sam Rockwell, Scarlett Johansson


Fotografia: Mihai Malaimare Jr.


Montaggio: Tom Eagles


Musiche: Michael Giacchino


Produzione: TSG Entertainment, Piki Films, Defender Films, Czech Anglo Productions


Distribuzione: 20th Century Fox


Nazionalità:  Nuova Zelanda, USA, Repubblica Ceca


Anno: 2019

Durata: 108’

Il piccolo Johannes Betzler (per gli amici Jojo) è un bambino della gioventù hitleriana che, dopo aver perso il padre in guerra e la sorella maggiore per malattia, vive una vita tranquilla con la madre Rosie, una donna piuttosto stravagante ed evanescente, ma molto amorevole con il figlio. Forse a causa della sua vicenda personale, il bambino è molto insicuro e fragile e trascorre le sue giornate parlando con un amico immaginario quantomeno particolare ed eloquente, ovvero una versione macchiettistica di Adolf Hitler che lo sprona continuamente a credere in se stesso, senza scoraggiarsi mai. Da giovane patriota ai limiti del fanatismo qual è, partecipa con entusiasmo a un raduno della gioventù hitleriana nel quale deve imparare a diventare un vero e proprio soldato in miniatura a servizio del Reich. Tuttavia, non essendo stato in grado di uccidere un coniglio davanti ai compagni come prova della sua spietatezza, viene deriso dall’intero campo e soprannominato “Jojo il coniglio”. Disperato per l’umiliazione subita, tenta di riscattarsi a suo modo (sull’onda dell’entusiasmo innescata dal suo amico Adolf), irrompendo maldestramente durante un addestramento nella foresta e prendendo l’iniziativa di lanciare una granata con uno stile da perfetto soldato. La bomba però finisce contro un albero e, dopo essergli rimbalzata addosso, gli esplode a fianco ferendolo gravemente. Dopo le cure ospedaliere dovrà tornare a casa per la lunga convalescenza e proprio qui verrà a conoscenza di un segreto del quale non aveva mai sospettato.

Tratto dal romanzo Come semi d’autunno (Caging Skies, 2004) di Christine Leunens, Jojo Rabbit (presentato in anteprima al Torino Film Festival 2019) è candidato a sei premi oscar – tra cui miglior film, migliore attrice non protagonista (Scarlett Johansson) e miglior sceneggiatura non originale – e a numerosi altri premi in numerose competizioni tra le quali i Golden Globe, i BAFTA awards e il Toronto International Film Festival.

Regia del neozelandese Taika Waititi che ritrova un cast internazionale dopo la positiva accoglienza di Thor: Ragnarok (id. 2017), assoldando tra gli altri una magnifica Scarlett Johansson, un convincente Sam Rockwell in un ruolo che gli sembra cucito addosso e una spassosa Rebel Wilson che alimenta considerevolmente le atmosfere nonsense del film con le sua presenza non costante, ma sicuramente iperbolica. Uscito pochi giorni prima della Giornata della memoria, Jojo Rabbit finisce suo malgrado all’interno di quel gigantesco e controverso insieme di film dedicati al nazismo e alla tragica vicenda degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale – un insieme ormai talmente grande che si potrebbe parlare ormai di genere cinematografico a sé. Molti registi hanno tentato di raccontare questo oscuro capitolo della storia contemporanea in modi molto distanti tra loro: dal realismo di Spielberg in Schindler’s List (id. 1993) e di Gillo Pontecorvo in Kapò (1959), al tentativo favolistico di Benigni in La vita è bella (1997), passando poi per il pulp distopico di Quentin Tarantino in Bastardi senza gloria (Inglorious Basterds, 2009) – che sarebbe forse meglio definire come un macabro divertissement per appassionati. Ovviamente anche Waititi dice la sua, cercando a mio parere di inserire la vicenda all’interno dei codici del genere comico demenziale – grazie anche al contributo esilarante di Rebel Wilson – che ha segnato/macchiato una considerevole fetta delle produzioni americane degli ultimi quindici anni, (basti pensare a commedie come Una notte da leoni, Single ma non troppo, Anno uno, Tropic Thunder, la quasi totalità dei film Adam Sandler e tutte le pellicole con protagonisti gli attori del gruppo Frat Pack) e che ha in qualche modo segnato profondamente l’immaginario spettatoriale degli anni 2000 influenzandone anche il linguaggio e il lessico visivo. Il tentativo del regista neozelandese riesce tuttavia solo in parte, facendo oscillare il film – a volte anche pericolosamente – da un genere all’altro senza continuità o coerenza, tradendo spesso e volentieri un senso di confusione e assenza di direzione precisa. Osservando la fotografia di Mihai Malaimare Jr e le scenografie di Ra Vincent (candidato all’Oscar) – unite a certi tagli delle inquadrature che ingabbiano i personaggi all’interno di impietose simmetrie – si ha talvolta l’impressione di star di fronte ad un goffo tentativo emulazione di quel fastidioso spirito indie/alternative/hipster inaugurato anni orsono da Wes Anderson; di fronte agli struggenti passaggi che segnano il percorso evolutivo del bimbo attraverso i suoi tentativi di allacciarsi le scarpe si è invece al cospetto di una magistrale gestione della narrazione simbolica attraverso una sceneggiatura da manuale (dello stesso Waititi); seguendo la vicenda del capitano Klezendorf sembra quasi di assistere alla classica parabola ascendente che caratterizza gli eroi della porta accanto descritti nei film di Clint Eastwood; per non parlare dei codici espressivi del videoclip che irrompono sostenuti da una colonna sonora intelligente che, però, proprio nella brillante scelta di utilizzare musiche di epoca successiva rispetto alle vicende narrate nella pellicola (i Beatles e David Bowie su tutti), cade nuovamente nel “già visto, già sentito”, visto che Sophia Coppola aveva già stupito tutti con il contrastivo eppur efficacissimo new romantic anni ’80 che riecheggiava prepotentemente nei corridoi della Reggia di Versailles in Marie Antoinette (id. 2006). L’assenza di direzione si ripercuote inevitabilmente sulla costruzione di alcuni personaggi dal potenziale notevole che però viene disatteso puntualmente se si osserva la loro claudicante evoluzione globale: la madre di Jojo, pur descritta da una magnifica Scarlett Johansson, viene presentata, sì, attraverso il rapporto dolcemente estemporaneo con il figlioletto, ma anche attraverso un ritratto troppo nebuloso del suo profondo dolore causato dalla perdita del marito e della figlia; il capitano Klezendorf passa dalla condizione di macchietta – protagonista di gag sublimi assieme ad Alfie Allen che ricordano quelle di Mugatu e del suo assitente in Zoolander (id. 2001) – a quella di eroe romantico con una velocità che ha del parossistico, traducendo una colpevole incapacità, in fase di sceneggiatura, di incorporare efficacemente i due tratti della sua personalità.

Tuttavia, è paradossalmente proprio grazie a queste ingenuità tecniche che la tematica centrale del film spicca con veemenza, ovvero la profonda e insopportabile solitudine che ogni personaggio è costretto ad affrontare per ragioni diverse. I protagonisti sono emarginati, hanno perso importanti occasioni e vivono la vita come degli sportivi in panchina che sperano che il proprio turno finalmente arrivi. Il colpo di classe di Waititi sta nell’aver utilizzato questo elemento come collante per il film che, per questa ragione, si trasforma in un affascinante viaggio alla scoperta dei meccanismi di salvataggio dell’animo umano nei momenti di grande e apparentemente insormontabile difficoltà. Di fronte all’angoscia della perdita, tutti cercano di reagire ricreando qualcosa che possa lenire la sofferenza di una mancanza che logora l’anima: Jojo parla con un Hitler immaginario; la mamma Rosie recita la parte del padre scomparso per sgridare il figlio che fa i capricci e tratta Elsa come la figlia che ha perduto; Elsa compare per la prima volta come un personaggio immaginario da film horror e più volte incarna il ruolo della sorella scomparsa di Jojo – senza contare che vive una relazione immaginaria con il fidanzato morto di malattia, ma che lei vuole pensare impegnato in guerra; e infine il capitano Klezendorf, che vive una vita sospesa addestrando ragazzini per non pensare al suo grande fallimento come militare. In Jojo Rabbit si respira continuamente un disperato bisogno di condivisione della sofferenza che viene sublimata attraverso la continua creazione di confidenti immaginari e storie surreali – dalla vita meravigliosa delle donne adulte che Rosie racconta ad Elsa, alle storie strampalate (ma all’epoca ahimè verosimili) che descrivono l’origine malefica del popolo ebraico che il fanatico Jojo decide addirittura di scrivere in un libro. La critica di Waititi al razzismo e al ritorno delle ideologie mostruose che hanno falcidiato l’umanità sta tutta qui: nel bisogno di un abbraccio mai ricevuto che ognuno di noi ricerca altrove. Qualcuno guarirà diventando un adulto che sa abbracciare la propria parte infantile ferita; altri combatteranno per un ideale; altri ancora troveranno un amore che sappia rispettarli. I più sfortunati cercheranno nella coesione del gruppo i frammenti di sé che non riescono più a ritrovare da nessuna parte, proprio come afferma Elsa, pronunciando la frase che descrive appieno il messaggio del film:

«Non sei un nazista, Jojo. Sei un bambino di dieci anni a cui piace indossare una buffa uniforme e che vuole fare parte di un gruppo».

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *