Archivio film Cinema News — 14 Ottobre 2019

Titolo originale: Joker

REGIA: Todd Phillips

ATTORI: Joaquin PhoenixRobert De NiroBill CampZazie BeetzBrett CullenFrances ConroyGlenn FleshlerMarc MaronDouglas HodgeJosh PaisShea Whigham

SCENEGGIATURA: Todd Phillips, Scott Silver

SCENOGRAFIA: Mark Friedberg

FOTOGRAFIA: Lawrence Sher

MONTAGGIO: Jeff Groth

MUSICHE: Hildur Guðnadóttir

PRODUZIONE: Warner Bros. PicturesVillage Roadshow PicturesJoint EffortBRON StudiosCreative Wealth Media FinanceDC ComicsDC Entertainment

DISTRIBUZIONE: Warner Bros. Pictures

PAESE: U.S.A.

ANNO: 2019

DURATA: 123 min.

Joker, ovvero:  la rivalsa degli ultimi.

Questo potrebbe essere il sottotitolo del film in cui uno Joaquin Phoenix da Oscar racconta, guidato dalla sceneggiatura e dalla macchina da presa di Todd Phillips ed esaltato dalla splendida fotografia di Lawrence Sher, l’excursus -doloroso ai limiti di ogni umana sopportazione- dell’uomo Arthur Fleck nel personaggio/maschera  “Joker”.

Un antieroe in piena regola, dunque, complesso e tormentato tanto interiormente quanto, letteralmente, nel fisico dai propri concittadini nei quali si rispecchiano tutti gli stereotipi negativi di una Gotham-city che è ritratto della violenta New York degli anni Settanta ma che è soprattutto specchio della società odierna: persone senza scrupolo alcuno, bulli dell’high e della low society, arrivisti, traditori, violenti, bugiardi.

Arthur è un uomo non solo ignorato dalla società in cui vive ma, peggio, da essa relegato in una condizione di subalternità psicologica e civile che gli nega ogni possibilità di inclusione e, quindi, di risalita. Un uomo, dunque, la cui vita è in qualche modo “segnata” dalla disumanità altrui: un reietto che, di giorno, si dipinge in volto un sorriso da clown e la sera tenta di strappare le risa altrui in un cabaret in cui, però, sembra proprio la sua persona a causare sonore risate denigratorie.

Arthur ride. Non sa smettere di ridere. E’ il suo problema. Soffre di una patologia che gli procura una risata irrefrenabile che arriva spesso nei momenti meno opportuni. Una risata che la vita gli ha attaccato sul viso, sadicamente, come a volergli impedire di piangere.

E così, irrimediabilmente, la risata di Arthur diviene il ghigno di Joker. Un ghigno che altri tendono a fare proprio per intestare all’anonimo pagliaccio non ben disegnate rivolte sociali dei deboli contro l’arroganza -e che non si incastrano perfettamente nel racconto introspettivo del protagonista- ma che comunicano allo spettatore la sensazione di essere parte di un “decadimento cosmico” in cui non può non rispecchiarsi.

Così come non si può non entrare empaticamente in comunione con il sentire di Arthur e quasi anelare alla trasformazione finale parteggiando per “il cattivo”. Arthur danza; Joker danza. Quello del ballare è l’unico atto di gentilezza consolatoria concessa al personaggio.

Il film si muove su due piani che si intersecano di continuo portando il pubblico a non distinguerli più con chiarezza, proprio come avviene nella mente di Arthur. E’ un continuo gioco di specchi in cui il monologo predominante del protagonista diviene talvolta dialogo reale, talaltra immaginario; e così, i personaggi che popolano la pellicola sono quasi delle spalle nonostante le bellissime interpretazioni delle attrici Zazie Beetz (che recita il ruolo di Sophie, la vicina di casa di cui Arthur si invaghisce) e Frances Conroy (la madre) o il notevole cameo di De Niro che, nelle vesti del personaggio del conduttore televisivo Murray Franklin, come in un “David Letterman show”, ospita per primo colui che non è più Arthur ma è ormai Joker.

La parte peggiore dell’avere una malattia mentale è la gente che si aspetta che tu finga di non averla“. Come nella migliore tradizione gotica che vede sempre Mr Hyde soppiantare il dottor Jekyll, Arthur ha definitivamente ceduto il posto all’altro sé: Joker.

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