Archivio film Cinema News — 14 giugno 2016

Titolo originale: Julieta
Regia: Pedro Almodóvar
Soggetto: Alice Munro
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Fotografia: Jean Claude Larrieu
Musiche: Alberto Iglesìas
Montaggio: Josè Salcedo
Cast: Emma Suàrez, Adriana Ugarte, Priscilla Delgado, Rossy De Palma, Dario Grandinetti
Produttori: Agustin Almodóvar
Durata: 99 minuti
Anno: 2016

 

 

Madrid, oggi. Julieta è una docente che ripercorre su un diario la sua drammatica esistenza, interrogandosi sui motivi che hanno provocato il distacco dalla figlia Antìa.

Pedro Almodóvar dopo essere stato incredibilmente trascurato dalla giuria di Cannes 2016, ora dovrà fare i conti con il pubblico specialmente femminile, con cui ha spesso una grande capacità di dialogare, vista la profondità dei suoi rapporti interpersonali. Almodóvar è abile nel camuffare il melodramma dietro il complesso di colpa, nel filmare storie appassionanti e in apparenza neutrali di fronte ai cambiamenti socio-politici del suo paese. Meglio chiarire. Queste qualità che erano venute a mancare nelle sue ultime prove come Gli amanti passeggeri ora impazzano, ma le lacerazioni sentimentali delle sue donne tornano a galla, dopo che l’autore ha letto le opere della scrittrice canadese Alice Munro. Quindi gli estimatori del regista della Mancha hanno di che gioire a partire dal percorso tortuoso, che porta la protagonista a tormentarsi sull’allontanamento traumatico della figlia, dove il regista disegna una spirale la cui traiettoria si allarga progressivamente al tema del rapporto saffico fra Antìa e Beatriz, della perdita ulteriore per l’effetto domino (la morte tragica della figlia di Julieta), della casualità (l’incontro fra Julieta e il pescatore Xoan sul treno) e della morte annunciata (il viaggiatore che tenta di conversare inutilmente con la protagonista).

Julieta finisce per espandersi – come un cancro – a tutti i livelli del melodramma, perciò nel film abbondano svolte esistenziali, rapporti , muri divisori, come incarnati da Marian (Rossy De Palma, attrice feticcio del regista). Almodóvar sceglie di posizionare la cinecamera nel mezzo, nel cuore della spaccatura familiare. Cambia per due volte il punto di vista sulla verità.

Aderisce così alla prospettiva di ogni personaggio, mettendone a nudo bassezze, umanità e fragilità. Addensa le inquadrature di parole, gesti, sguardi, terribili e e ambigui. Il microcosmo sentimentale diventa metafora di una società dominata dalla fine della figura matriarcale e soffrendo per la sorte della protagonista si riflette sulla nostra ipocrisia: parliamo tanto di famiglie unite ma poi messi alla prova saremmo capaci di essere coerenti. Il regista lascia lievitare la narrazione filmica, emergere il lato passionale, il passato quasi rimosso si riaffaccia alla ribalta, ogni fatto viene drammatizzato, infine rimosso. Julieta è un mulinello implacabile.

La Julieta di Pedro Almodóvar è la Spagna che dilania e afferra. Frenetica, dentro il vortice di una caduta verticale, la cui portata è lungi dall’esaurirsi.

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