Cinema News — 21 gennaio 2013

Rappresenta un nuovo tipo di sguardo sul prison-movie questo K-11, presentato alla trentesima edizione del Torino Film Festival e diretto da Jules Stewart, madre della più nota Kristen. Un debutto nel complesso convincente, in cui dramma e commedia si mescolano, pur se non sempre in modo armonioso e peccando di un eccesso di edulcorazione della vita carceraria che dà alla vicenda toni talvolta non troppo credibili. Tuttavia, la storia di Raymond Saxx (Goran Visnjic), produttore discografico arrestato con l’accusa di omicidio e rinchiuso, per errore, nel braccio riservato ad omosessuali e trans, riesce a rendere lo spettatore partecipe, creando una forte empatia con i personaggi. Lo spaccato di umanità che si trova nel settore K-11 è vittima di qualche stereotipo di troppo ma è ritratto con sincerità ed affetto: dalla transessuale Mousey (Kate Del Castillo), leader esplosiva, che sa essere feroce ma anche profondamente leale, fino alla figura più riuscita, Butterfly (Portia Doubleday), dolcissimo e fragile efebo scivolato in una follia che è il suo unico guscio protettivo. Lo scarto tra i differenti registri è talora troppo netto, nel passare dalla lievità al brutale in modo improvviso: gli abusi sessuali subiti da Butterfly da parte di un altro detenuto sono lo specchio realistico di ciò che avviene nelle case circondariali, il che stride con gli episodi più scanzonati.

L’abilità della Stewart sta nel saper ridurre i difetti di sceneggiatura affidando l’intero potenziale del racconto all’impatto emotivo, dando vita a caratteri sanguigni, un po’ ingenui, ma nel complesso autentici. La solidarietà è tematica centrale, delicata poiché si muove sul pericoloso confine del buonismo ma che riesce comunque a smuovere e compiacere quella parte di noi fanciullesca e un po’ naif.

La pellicola riesce anche a graffiare, nel mettere in scena la corruzione delle guardie carcerarie e le vessazioni ai danni dei detenuti: è proprio in questi passaggi che il film si mostra in grado di suscitare rabbia e compartecipazione, svestendosi della sua

patina dolcificata e affondando qualche colpo secco. Il coté comedy ha comunque la meglio, in un happy ending prevedibile che strappa un sorriso, ma che al tempo stesso fa rendere conto dei limiti dell’opera: K-11 non va preso troppo sul serio, è una sorta di Priscilla in versione carceraria dunque pura fiction, poiché è ben lungi dall’essere realistica rappresentazione di ciò che accade dietro le sbarre di un settore riservato ad omosessuali. Forse un po’ di cinismo in più avrebbe giovato, in un prodotto il cui maggior difetto è proprio l’indecisione sulla strada da imboccare.

La vicenda del protagonista e la particolare situazione in cui si ritrova catapultato, erano spunti potenzialmente validi, che avrebbero potuto essere declinati in maniera diversa: tra tutte le opzioni, si è scelta quella più leggera, pur con qualche impeto di violenza qua e là. La figura di Raymond resta importante nella narrazione ma è comunque parte di una coralità nella quale coloro che lo circondano rimangono maggiormente impressi nella mente dello spettatore.

Il giovane Butterfly, in particolare, spicca in quanto outsider tra chi è già emarginato, rappresentando così il personaggio più vero nella sua folle fragilità, senza orpelli o mossette da barzelletta che penalizzano, talvolta, gli altri ruoli.

La regia è di caratura media, senza impennate eccelse, ed una colonna sonora ad hoc sottolinea le sequenze più trascinanti.

A conti fatti, dunque, intrattenimento non scontato e di buon livello, a patto che non si abbiano pretese eccessive.

 

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.