Cinema News Registi — 04 ottobre 2012

“L’odio di cui parlo non è rivolto specificatamente contro nessuno; è quella sensazione che provo quando vivo la mia vita e vedo cose che non riesco a capire. Per questo faccio film: tentare di comprendere l’incomprensibile.”
Kim Ki-duk

Violento, tragico, estremo, in cui però non traspare quella lacrima che pone fine a tutto.
Così Kim Ki-duk ci tiene vivi, e incollati ad un “dialogo d’immagini”, dove la speranza è davvero ultima a morire.
Ci parla di amore, morte e solitudine con uno sguardo che non ha niente di accademico, ma che si abbandona all’immagine pura, all’osservazione diretta della vita.
Kim Ki-duk nasce nel 1960 a Bonghwa, Corea del Nord. Dopo aver avuto una crisi religiosa, che lo spinge ad abbandonare la Corea privo di preparazione accademica, si trasferisce a Parigi. Coltiva la propria passione per la pittura e si mantiene vendendo i propri quadri. A trent’anni appena compiuti si ritrova senza un’occupazione, immerso in una metropoli moderna, a diretto contatto con la cultura occidentale capitalista, che detesta. E’ proprio in questo momento che matura il tema leggermente rousseauviano dell’avversione alla modernità e della riscoperta della natura, che sarà presente in molte sue pellicole. Probabilmente è nello stesso contesto sociale che in un’anima già solitaria come la sua, emerge prepotentemente il desiderio di solitudine e di alienazione da quella realtà che non gli appartiene. Il suo debutto alla regia, con il film “Crocodile” del 1996, è legato a questo tema: la solitudine. Crocodile è un uomo emarginato e violento che attente furtivo sotto il ponte del fiume Han i suicidi per sottrarre ai cadaveri i loro averi, finché un giorno sequestra un’aspirante suicida, abusando di lei. Il loro rapporto diverrà col tempo una relazione ricca di amore e eros. Stesso dicasi per “Ferro 3” ( Leone d’ argento a Venezia 2004 ), accompagnato dal silenzio dominante, altra cifra distintiva del suo cinema. “I miei personaggi non parlano perché sono feriti nel profondo. Spesso gli viene detto: “Ti amo” ma la persona che lo dice non lo pensa mai veramente; a causa di questo dolore smarriscono fiducia e consapevolezza e smettono di comunicare tra loro.” Così il regista giustifica l’ importanza di quest’ altra componente.
Il suo primo film uscito nelle sale italiane è “Primavera, estate, autunno, inverno.. E ancora primavera “, in cui la natura contemplativa, mossa da un’etica religiosa e sacra, ennesimo richiamo alle filosofie teologiche tipiche del mondo orientale, trasmette un messaggio morale fatto di redenzione, che attraversa le diverse fasi della vita, simboleggiate dalle stagioni.
Un “pittore” nel cinema, abile nel raccontare e nel cogliere quei piccoli gesti che, nello sviluppo narrativo, non risultano mai fine a se stessi. Il silenzio simbolico e riflessivo, sempre presente nei personaggi, devoto all’essenziale, le scelte stilistiche e descrittive fortemente innovative, danno vita ad una forma di cinema assolutamente anticonvenzionale. Un cinema che sfiora l’assurdo, ma che nello stesso tempo è carico di realtà; un cinema che, esteticamente, piace tanto a noi occidentali ma che con difficoltà riusciamo a capire. Un cinema che in un momento storico in cui l’aspetto materiale sembra averlo fatto da padrone, vuole lanciare un messaggio di speranza e una possibilità di redenzione.

Luca Fiorini

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