Archivio film Cinema News — 22 Febbraio 2017

Titolo originale: L’hermine

REGIA: Christian Vincent

ATTORI: Fabrice Luchini, Sidse Babett Knudsen, Eva Lallier, Miss Ming, Berenice Sand.

SCENEGGIATURA: Christian Vincent

FOTOGRAFIA: Laurent Daillant

MONTAGGIO: Yves Deschamps

MUSICHE: Claire Denamur

PRODUZIONE: Albertine Productions, Cinéfrance 1888, France 2 Cinéma

DISTRIBUZIONE: Academy Two

PAESE: Francia

ANNO: 2015

DURATA: 98 min.

A dispetto di un titolo che, tanto nell’italiano “La Corte” quanto nell’originale francese (l’Hermine, l’ermellino), rimanda alle aule di un tribunale, perno principale su cui si snoda l’intero film è senza dubbio alcuno l’amore. Un amore che, sotto le più svariate sfumature, mai trascende né si abbandona a pateticità nonostante lasci intravedere una intensità fuori dal comune.

Ricoverato in ospedale in seguito a un incidente, il giudice Racine -presidente della corte d’assise e temuto giudice detto “a due cifre” a causa delle sue condanne mai al di sotto dei 10 anni- resta colpito da Birgit “Ditte” Lorensen-Coteret, l’anestesista che lo assiste durante l’operazione e lo accudisce nelle dolorose settimane del post intervento.

Al burbero giudice, la dolcezza della donna provoca un turbamento tale che sei anni dopo, ritrovandola come giurato in uno dei suoi processi, non potrà fare a meno di riscoprirsi innamorato di lei perdutamente. Innamorato a tal punto che, per la prima volta, dismetterà -senza quasi accorgersene- le vesti rigorose del giudice impietoso per abbandonarsi a un sentimento travolgente che lo conduce, più o meno consapevolmente, a emettere una sentenza di scarcerazione.

Il giudice inizia così un corteggiamento serrato, ma nello stesso tempo garbato, che lo porterà a cercare nuovi equilibri tra il suo ruolo pubblico e il suo privato che si alternano rimanendo, alla fine, in equilibrio proprio come i bracci della bilancia simbolo della legge da lui rappresentata.

Lo spettatore quindi, nel progressivo disvelarsi di una inaspettata storia d’amore, è accompagnato tanto dagli interrogatori e dalle arringhe degli avvocati, quanto dal graduale cambiamento e travaglio interiore del protagonista.

Girato quasi interamente all’interno di un tribunale è però, in fondo, la storia di un uomo che, attraverso il ritrovamento di un amore creduto perduto e la riscoperta capacità d’amare, ritrova se stesso.

Ottima l’interpretazione dei due protagonisti (il francese Fabrice Luchini e la danese Sidse Babett Knudsen) nonché le scelte di una regia mai invadente o prevaricante.

La Corte”, film che potrebbe essere definito minimalista per le poche inquadrature e l’esiguo numero dei personaggi, per la luce soft e i colori tenui della fotografia -sui quali si staglia, netto, il rosso della sciarpa del giudice-, offre diversi spunti di riflessione. Tra tutti, quelli su verità e giustizia, sulla drammatica realtà dei reati che vengono trattati nelle aule di un tribunale e la finzione quasi teatrale di un processo, sul mondo femminile variegato che oppone la matura dolcezza di Ditte alla spregiudica sensualità dell’innocenza della sua adolescente figlia.

E, su tutti, quello riguardante l’arduo compito che ogni essere umano è chiamato a compiere nella propria esistenza: il compito di giudicare, operando delle scelte.

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