Archivio film Cinema News — 23 maggio 2017
Titolo originale: A Cure for Wellness
Regia: Gore Verbinski
Sceneggiatura: Justin Haythe
Cast: Dane DeHaan, Jason Isaacs, Mia Goth, Celia Imrie, Harry Groener
Fotografia: Bojan Bazelli
Montaggio: Pete Beaudreau, Lance Pereira
Musiche: Benjamin  Wallfisch
Scenografia: Eve Stewart
Produzione: Blind Wink Productions, New Regency Productions, Studio Balbelsberg, TSG Entertainment
Distribuzione: 20th Century Fox
Paese d’origine: USA, Germania
Durata: 146′
Lockhart, giovane, arrogante ed ambizioso broker di Wall Street con un ricatto viene spedito dall’agenzia per cui lavora a recuperare il CEO della sua compagnia, Roland Pembroke, che deve necessariamente dare il suo assenso e regolare alcune importanti questioni lasciate in sospeso affinche’ la compagnia di cui e’ a capo possa avviare una vitale fusione con un’altra agenzia. Pembroke si trova in un centro benessere situato nelle Alpi Svizzere, all’interno del quale sta sperimentando una cura alternativa contro lo stress che non sembra voler abbandonare per nulla al mondo. Il compito di Lockhart sembra apparentemente semplice, ma,non appena il giovane mettera’ piede nell’avveniristica spa per recuperare l’amministratore delegato,verra’ sempre piu’ cooptato al suo interno dall’ambiguo Dott. Heinrich Volmer, inventore di una cura alternativa e miracolosa della quale Lockhart scoprira’ presto gli effetti….
Avvalendosi di ambiziose ascendenze espressioniste e pagando piu’ di qualche debito nei confronti di film come COMA PROFONDO e SHUTTER ISLAND, il redivivo Verbinski confeziona uno spettacolo sospeso tra il gore e il thriller dall’incuriosente fattura artigianale che, nonostante le lungaggini risapute e uno sviluppo narrativo telefonato, riesce comunque a suscitare un certo interesse nello spettatore grazie soprattutto ad un gruppo di attori ben calati nei loro ruoli – invero stereotipati- a cominciare da un pallido e allucinato Dane DeHaan, vittima di un’irrisolta tragedia familiare, e ad un cattivo Jason Isaacs che onora in toto la lunga tradizione cinematografica dello scienziato pazzo e manipolatore e ad una pregevole fotografia metallica del montenegrino Bazelli che avrebbe pero’ meritato di essere inserita in un contesto di tutt’altro tenore. Se ci si predispone adeguatamente, se ne trae un intrattenimento che appaga (in parte) la richiesta di qualche anonimo brivido non troppo forte che pero’ irritera’ coloro che avevano amato la tesa essenzialita’ di THE RING e che speravano in un folgorante ritorno alle origini del regista. Un vero peccato che temi fondamentali come quelli dell’avidita’, di una necessaria rigenerazione morale dell’uomo contemporaneo e della cura maniacale del proprio corpo che occulta una piu’ urgente bonifica dei valori in disfacimento dell’Occidente vengano lanciati in una bolgia prolissa e confusionaria senza poi preoccuparsi di andare a recuperarli sviluppandoli adeguatamente. L’attenzione dello spettatore viene destata di tanto in tanto da alcune sequenze autenticamente rabbrividenti, come quella della cisterna di deprivazione sensoriale, che pero’ non riescono a nascondere il bric-a-brac citazionista, sempre fine a se stesso, messo in piedi dalla sceneggiatura che mescola con troppa disinvoltura le varie declinazioni grottesche, orrorifiche, gotiche e fiabesche nelle quali gli accadimenti si diramano di volta in volta, senza pero’ mai farle davvero diventare parte integrante della vicenda, ad essa relamente funzionali. I vari spunti narrativi forniscono l’innesco per dialoghi artificiosi messi in bocca a personaggi che si parlano addosso troppo spesso, vanificando il loro potenziale e appesantendo inevitabilmente il racconto. Suggestiva e perturbante comunque l’ambientazione tedesca del castello di Hohenzollern che riesce,a tratti, a trasmettere una genuina e palpabile sensazione di claustrofobico isolamento.

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