Archivio film Cinema News — 02 Gennaio 2020

Con Stefano Accorsi, Edoardo Leo, Jasmine Trinca, Barbara Alberti, Filippo Nigro, Sierra Yilmaz, Cristina Bugatty

Italia

2019

Si dice che si debba imparare dai propri errori. Non a tutti riesce: c’è chi persevera, chi si arrende e getta la spugna, e poi c’è chi, come Ferzan Ozpetek, torna sui suoi passi. Dopo il cerebrale esistenzialismo contorto di Rosso Istanbul, e il noir partenopeo sfilacciato di Napoli velata, arriva al cinema La dea fortuna, un dramma sui rapporti di coppia e sulle relazioni famigliari.  

Alessandro (Edoardo Leo) e Arturo (Stefano Accorsi) sono una coppia da più di dieci anni. Durante i festeggiamenti di nozze di una coppia di amici, si presenta a casa loro Annamaria (Jasmine Trinca), l’amica che anni prima li aveva fatti conoscere. La donna ha un favore da chiedere: che le tengano i figli per alcuni giorni, mentre lei è ricoverata in ospedale per alcuni accertamenti. La vita a contatto con i bambini spinge la coppia a confrontarsi. I nodi vengono al pettine, tra questi – casualmente – anche una relazione parallela di Arturo. La crisi è ormai nel pieno quando le cose precipitano: Alessandro e Arturo dovranno dunque prendere delle decisioni che non riguarderanno solamente loro due.

La dea fortuna è un ritorno a casa; a quelle feste tra amici che sono il cuore pulsante dei legami, che esistono e possono avere luogo solamente per dare tregua al costante senso di stabilità precaria in cui vivono i personaggi. Le risate, le tavole imbandite, le danze sono le note di colore nel grigiore sempre più invasivo di una fine rimandata – ma annunciata. Il rifuggire i confronti è uno dei principi cardine della cinematografia del regista turco, è il muro contro cui ogni uomo – almeno nella sua visione – deve sbattere violentemente la testa. Farsi male, soffrire, piangere, liberarsi sono tutte fasi necessarie per arrivare ad un lieto fine o ad una presa di consapevolezza.

Non ha nulla di originale La dea fortuna, anzi è piuttosto prevedibile, eppure giocare sui buoni sentimenti, sulle incertezze comuni, sulla perdita – se lo si fa, come in questo caso, senza spocchia e troppe ambizioni – può dare discreti risultati. Ozpetek ha cura dei suoi protagonisti, li accudisce circondandoli di personaggi che, nella loro accennata estroversione e generosità, sanno colmare i vuoti e aggiungere un pizzico di personalità alla storia. Cosa resta dei due flop precedenti? Il leitmotiv di una leggenda legata all’arte antica (e sacra) – la dea fortuna del santuario di Palestrina –, e la necessità di assegnare alla classe aristocratica il ruolo del cattivo di turno. Tra le mura della maestosa villa della madre di Annamaria (Barbara Alberti), tra affreschi sontuosi e arredi d’epoca vengono consumate le più atroci perversioni, reiterate e immutate nel tempo.

Ozpetek mette troppa carne al fuoco, sempre roso dal tarlo dell’insufficienza narrativa. L’approfondimento del rapporto tra i protagonisti non manca, eppure si ha come la sensazione che qualche dettaglio in più non sarebbe guastato. Delle loro vite, del loro passato si scopre a spizzichi e bocconi qua e là. C’è un incedere frammentario nel racconto: una rivelazione si interrompe per lasciar spazio ad una situazione, ad uno scenario più accattivante, e viene ripresa quando ormai la sua importanza è diventata marginale.

La struttura circolare de La dea fortuna ha il pregio di riuscire, comunque, a dare una forma concreto, dalla parvenza ordinata, agli aspetti fondamentali della vicenda. La potente e suggestiva scena iniziale in cui la macchina da presa in soggettiva attraversa, sulle tracce delle grida di una bambina, le stanze deserte della villa nobiliare, rimane impressa sulla retina e aumenta il suo valore patetico nel momento in cui viene incastonata al giusto posto del puzzle.

In un’altalena emotiva spezzata da eclatanti manifestazioni di giubilo, o da picchi drammatici, persiste l’idea che Ozpetek non abbia fatto un buco nell’acqua, che il suo essersi ridimensionato denoti, anzi, una presa di consapevolezza dei limiti oltre cui è meglio non spingersi.  Saper raccontare le relazioni umane è un pregio, saperle analizzare in profondità con un certo spessore un obiettivo da prefiggersi per maturare.

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