Cinema News — 06 giugno 2013

TITOLO: La Grande Bellezza

REGIA: Paolo Sorrentino

ANNO: 2013

CAST: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Galatea Ranzi, Pamela Villoresi, Luca Marinelli, Serena Grandi, Giorgio Pasotti, Massimo De Francovich, Massimo Popolizio, Giusi Merli, Dario Cantarelli, Isabella Ferrari, Anna Della Rosa, Lillo Petrolo, Roberto Herlitzka.

Nella puntata di “Otto e mezzo” del 21 ottobre 2011 Paolo Sorrentino ospite da Lilli Gruber per promuovere “This Must Be The Place”esternò la volontà di fare un film comico. E quando, alla fine dell’intervista, Vittorio Zucconi lo esortò a focalizzarsi <<più che su Berlusconi, che per certi aspetti è una figura tragica, sulla corte che sta intorno a Berlusconi… Quella è comicità, è già una straordinaria sceneggiatura… Forza Paolo, lo vogliamo.>>, il regista napoletano non riuscì a trattenere un ghigno e, incalzato dalla Gruber <<Può essere un’idea?>>, confessò: <<Lo è.>>

E dopo oltre un anno e mezzo, eccoci arrivati a “La Grande Bellezza”, presentato in concorso al 66° Festival di Cannes.

L’ouverture folgorante cita “Viaggio al termine della notte” di Céline e contrappone la spiritualità (turistica) dei luoghi di culto alla frivola vita notturna della Capitale, e sulle note di “Far l’amore” della Raffa nazionale remixata da Bob Sinclair (il che è tutto dire) culmina con il primo piano della sardonica risata del protagonista, lo scrittore Jep Gambardella (Servillo). Scrittore riciclatosi giornalista di costume e critico teatrale dopo non esser riuscito a dare un seguito a quella che avrebbe potuto essere una carriera promettente dopo l’uscita dell’acclamato “L’apparato umano”, il suo primo romanzo rimasto anche l’unico. 

A 65 anni Jep è un uomo disilluso che si trascina per le strade di Roma ascoltando i silenzi ed osservando i piccoli dettagli, rimembrando come da giovane non volesse diventare solo il principe della mondanità e delle feste, <<ma anche chi avesse il potere di farle fallire>>. E in effetti c’è riuscito: ogni sera partecipa a feste di alto bordo (dove “alto” sta per ricco, non certo per “elegante”) tra opulenza, personaggi ambigui e musica da discoteca, nell’humus di nudi corpi femminili che a tratti ricordano le atmosfere di “Eyes Wide Shut” (in cui Serena Grandi in sole 3 apparizioni mette eroicamente e letteralmente tutta se stessa). Inoltre è un assiduo frequentatori di salotti, dove è solito ritrovarsi con un ristretto gruppo di amici radical-chic, ostentanti un benessere finto come i loro discorsi ipocriti e insoddisfatti quanto lui. Dio è morto, la destra non esiste, e anche la sinistra non si sente tanto bene, volendo parafrasare Woody Allen. E’ in queste conversazioni che traspare più nettamente la misantropia del protagonista, quasi come se fosse un personaggio frutto della penna di Bret Easton Ellis, se non fosse per quel trascinato dialetto napoletano e per la capacità di essere ancora sensibile al bello e all’arte, grazie ai millenni di storia della civiltà europea che per ovvi motivi non gravano sulle spalle del giovane (e ingenuo) popolo americano e che, più che nichilista, rendono Jep Gambardella un indolente affetto da accidia.

Sorrentino ritrae il volto più arido dell’alta società decadente tra i propri capricci e infantilismi, si prende gioco dello spettatore anteponendo gli eventi alla spiegazione, mette in mostra assurde contraddizioni in un continuum di scene prive di linearità, ma unite dal fil rouge della ricerca della grande bellezza da parte del protagonista, che citando Flaubert sogna di tornare a scrivere, magari un libro sul nulla.

E’ paradossale (ma forse no) che il vero deluso dalla città di Roma non sia questo napoletano trapiantato (proprio come Sorrentino) bensì il Romano (di nome e di fatto) personaggio di Verdone, scrittore teatrale mai realizzato. Perché Jep ha raggiunto una visione d’insieme, forse quel “mare in una stanza” che appare quotidianamente ai suoi occhi finalmente gli ha mostrato una direzione prolifica, una sorta di auto-beatificazione. <<Le radici sono importanti>> sentenzia la Santa vivente (G. Merli), sua estimatrice. Ma importanti per cosa? Jep ormai ha una chiara considerazione della vita (che si ricongiunge alla citazione iniziale di Céline): è tutto un trucco, un continuo mascherare l’imbarazzo della propria esistenza nel mondo tra rari e discontinui attimi di felicità di schopenaueriana memoria. E’ il tempo trascorso, sommerso dai bla bla bla. La grande bellezza è inafferrabile. L’unica grande bellezza a noi concessa forse risiede solo nei nostri malinconici ricordi.


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