Cinema News — 27 marzo 2013

In un capanno vicino al lago Victoria e Lily, due bambine trascorrono molto tempo in solitudine, dopo essere scomparse in seguito alla morte dei genitori, fino a regredire allo stato selvaggio, anche se a loro dire una misteriosa madre le ha accudite, fino all’arrivo dei soccorritori. Toccherà allo zio Lucas e alla sua compagna Annabel risolvere il mistero

Si può ignorare che dietro La madre ci sia Guillermo Del Toro, anche se scritto dal suo regista Andy Muschietti, che il produttore succitato da sempre analizza nei suoi film demoni interiori e legami interpersonali? E soprattutto è proficuo per il regista, ovviamente alle prime armi, rapportarlo alla poetica del mecenate? La madre, è prima di tutto un film che coinvolge emotivamente, per come visualizza i fantasmi del subconscio. Mostra una coppia in guerra con due bambine inselvatichite e inferocite da una cattività mentale prima che fisica, come per l’enfant sauvage di Truffaut. Annabel, la madre adottiva e non virtuale,orrida e demoniaca come la carceriera delle bimbe, ossia la bravissima Jessica Chastain, è la prima a definirle delle bestie nella sequenza della visita in casa della zia, che chiama in causa i servizi sociali. Lucas la pensa diversamente da lei e le ritiene “una cosa importante”. Lo psichiatra Dreyfus che le segue parla di abbracciare un’altra realtà, perciò apparentemente tutti combattono un male senza, perché che nulla ha da spartire con assassini seriali, che hanno spesso delle motivazioni valide per il loro modus operandi. Annabel e Dreyfus nelle loro indagini sull’identità della madre, brancolano nel buio dunque. La messinscena comprende anche incubi da depressione post-partum come quello tipico della madre, che si lancia nel vuoto, raccontato dalla madre a Victoria, dopochè l’ha vissuto in flashforward Annabel, già raccontato con toni ancora più zavattiniani da Tsukamoto Shinya nel capolavoro Kotoko. Tanto che l’iconografia della madre orrorifica ricorda proprio quella di Kotoko stessa, anche se lo sporco lavoro è fatto al solito dal digitale, è pur sempre cinema americano ladies and gentlemen!

La madre non imbelletta, non rieduca e non psicanalizza Lily e Victoria, viste le domande senza risposta rivolte dallo psichiatra alle bambine, mostra piuttosto con oggettività disturbante, le tensioni latenti e manifeste nel microcosmo familiare con il padre che rotola giù dalle scale per colpa di Lily.

E’ un film che mostra la volontà di non mostrare i fatti ma di interpretarli, sta qui l’umanità pervasiva nei personaggi, in modo tale da renderli incontrovertibili. La madre è solido perché racconta le cose con uno stile sobrio ed essenziale senza la presenza di arzigogoli visivi, nonostante il finale un po’ telefonato, ma ammettiamolo sufficientemente straziante. Non è un caso che prenda di petto il genere dell’horror familiare, destinato fin dagli illustri precedenti ad essere analizzato dalla critica in maniera politica e sociologica, anche quando si articola fra le mura domestiche.

In tempi in cui il genere si incaglia in remake e assassini seriali Del Toro e Muschietti combattono una battaglia determinata contro l’impasse creativa, riformattando il filone dei bambini aberranti, che fu linfa vitale del cinema di genere iberico nei Settanta.

Voto:8

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