Archivio film Cinema News — 15 Marzo 2020

La 70A edizione del Festival della Canzone Italiana, ha presentato un alto tasso di nostalgia revivalistica per il pop anni 80.

Tra gli ospiti sul palco dell’Ariston si sono esibiti Albano e Romina e a furor di popolo c’è stata la reunion dei Ricchi e Poveri, con il grande ritorno di Marina Occhiena, oltre le polemiche da gossip su veri o presunti tradimenti, ormai consegnate agli annali della Tv.

In questo clima tutto paillettes e melodie nazionalpopolari esce in sala (a meno di un mese di distanza) La mia banda suona il pop, la nuova commedia di Fausto Brizzi, ilquale superata la boa degli scandali sessuali, dopo l’irricevibile Modalità aereo(che suona quasi come un’autoassoluzione nemmeno troppo velata), il regista romano torna a dirigere Christian De Sica in una farsa meno sciatta e superficiale di quanto appare.

Il sodalizio Brizzi-De Sica si era già consolidato con il dittico sulla famiglia Tucci(Poveri ma ricchi, Poveri ma ricchissimi), in cui si tentava di rilanciare unasorta di neorealismo rosa ai tempi della crisi, mettendo in scena l’eterna lotta tra snob e burini, romani e milanesi, ormai ridotta (mutatis mutandis) a un vuoto giro sulla giostra di un provincialismo démodé.

Bisogna innanzitutto dire che Brizzi non si è mai dimostrato un regista totalmente votato al genere comico/commedia come lo sono sempre stati Parenti o Vanzina(e intempi più recenti Massimiliano Bruno), il suo resta un cinema a metà tra il divertimento di superficie, la morale consolatoria e la nostalgia canaglia per i miticianni 80, studenteschi ieri(Notte prima degli esami) e musicali oggi.

Anche nella scrittura il suo è un cinema che non trascende mai e si ferma sempre ad un passo dal trash(anche se la sua penna insieme a quella di Martani ha firmato non pochi cinepanettoni).

Ecco Brizzi & Martani, bisogna avere il coraggio di ammetterlo, sono i Castellano & Pipolo di oggi, cantori della superficie delle cose e del tempo, spudoratinarratori di una pochezza generazionale e culturale, il loro gioco-cinema è un tempo delle mele talvolta ruffiano e inconsistente, spesso irritante.. raramente davvero interessante.

La mia banda suona il pop parte come sarabanda parodica sui luoghi comuni del melodico italiano, contaminando il clichè umoristico con la citazione esterofila in bellavista(The Blues Brothers), ma ben presto si affaccia all’interno di un’operazione frettolosa e a tratti  corriva, un forte senso di appartenenza e rispetto verso la canzone nazionalpopolare italiana, dove appunto la parodia cede il passo all’omaggio sentito.

Il ri-lancio della fantomatica band dei Popcorn in terra sovietica, permette ai guitti in azione di prodigarsi in gag e battute da repertorio consumato e sotto parrucche, occhiali e fondotinta fa capolino la consapevolezza del fallimento generazionale e personale(leitmotiv tipicamente brizziano), mentre attraverso lo scioglimento di tutti i nodi narrativi

si giunge al telefonato e autoindulgente lieto fine.

L’affiatato quartetto composto dalla ri-nata coppia comica De Sica-Ghini, con vaghe rimembranze parentiane (vedi il gag del bagno nei liquami) e dai duetti di Rossi e della Finocchiaro è una garanzia, ma la cosa che più colpisce dell’intera operazione è proprio quella ricerca continua dell’effetto malinconia che spicca in apertura e in chiusura con i doppi 20enni dei protagonisti e nel testo e melodia della canzone Semplicemente complicata, affettuoso omaggio alle “canzonette” dei Ricchi e Poveri.

Nel cast spicca un Diego Abatantuono impresario/demiurgo, quasi guida spirituale in grado di riportare in vita la band protagonista.

Brizzi suggerisce il trash a fior di battuta, accenna la scatologia in un gag fugace, cercando costantemente un’altra forma di commedia lontana dal consueto stampostereotipico. Purtroppo la freschezza dell’operazione risiede più che altro nella confezione e nelle intenzioni, ma se si è in grado di sorvolare ci si diverte e si è pronti quasi a ballare. Turuturù.. occhi blu.. turuturù.. naso in su..

voto: 6

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