Archivio film Cinema News — 23 Febbraio 2019

Regia: Claudio Giovannesi
Genere: Drammatico
Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Roberto Saviano, Claudio Giovannesi
Fotografia: Daniele Ciprì
Cast: Francesco Di Napoli, Ar Tem, Alfredo Turitto, Viviana Aprea, Valentina Vannino, Pasquale Marotta, Luca Nacarlo, Carmine Pizzo, Renato Carpentieri
Produzione: Carlo Degli Esposti, Nicola Serra
Nazionalità: Italia, Francia
Anno: 2019
Durata: 111 minuti

La semisoggettiva è un tipo d’inquadratura particolarmente adatto per quei film che intendono essere al tempo stesso immersivi e analitici, che ambiscono cioè a “catapultare” lo spettatore nel mondo rappresentato pur tenendolo a quella minima distanza necessaria a fargli mantenere una visione critica su di esso. Ciò perché la modalità di ripresa citata è molto vicina allo sguardo del protagonista, ma non coincide completamente con questo, e produce quindi un piccolo scarto tra il punto di vista del personaggio e quello dello spettatore.
In tale direzione, non sembra un caso che questo tipo d’inquadratura sia spesso presente in “La paranza dei bambini” di Claudio Giovannesi, opera che ci racconta di un personaggio e di un contesto particolari nelle loro dinamiche psicologiche e sociali.

Tratto dal romanzo omonimo di Roberto Saviano (anche co-autore della sceneggiatura), il film in questione narra la vicenda di Nicola, un adolescente cresciuto in un quartiere malfamato di Napoli che si dà alla criminalità ritenendo che questo sia l’unico modo per guadagnarsi da vivere ed evitare che i commercianti della zona, compresa la madre, paghino il pizzo alla banda camorrista del posto.

Portata avanti da una regia ricca di semisoggettive e spesso incollata ai personaggi, l’opera intende evidentemente restituirci il punto di vista di Nicola, un quindicenne i cui comportamenti sono fortemente condizionati dal particolare contesto in cui vive.
Infatti, il protagonista è – in fondo – un adolescente come tanti altri, in quanto ha i desideri, gli impulsi e gli amori tipici della sua età, solo perseguiti all’interno di un luogo che sembra avere regole e dinamiche a se stanti, dove le istituzioni statali sono (quasi) assenti e i genitori sembrano approvare più o meno tacitamente gli atti illegali dei figli.
Questo perché nella Napoli descritta dall’opera la malavita sembra essere la norma, tanto da venire accettata più o meno silenziosamente e passivamente da tutti. Qui, dunque, il potere criminale non è mai discusso in quanto tale, ma solo nel modo con cui viene gestito.
Ed è solo conoscendo tali dinamiche che si possono comprendere le azioni delinquenziali del protagonista, un ragazzo psicologicamente simile ai coetanei ma cresciuto in un posto che lo porta a commettere gesti gravi e irreversibili.

Una serie di elementi che le scelte registiche sopra citate aiutano a comprendere in modo chiaro e immediato, in quanto con la loro vicinanza allo sguardo del protagonista riescono a cogliere al meglio il suo singolare punto di vista sul mondo in cui vive e agisce.
Eppure, l’immersione nell’ambiente e nell’ottica di Nicola – pur presente – non è totale, proprio grazie alle diverse semisoggettive adottate, le quali producono quella minima distanza necessaria a mantenere uno sguardo critico e analitico – e quindi anche più equo e “obiettivo” – sul mondo rappresentato.
Ed è probabilmente questa “giusta distanza” a costituire il pregio maggiore di tale lungometraggio, capace di essere al tempo stesso immersivo e distaccato, coinvolgente e approfondito, critico e non giudicante.
Un risultato raggiunto grazie anche alla notevole direzione degli interpreti, in primis quella dell’esordiente Francesco di Napoli nella parte di Nicola, attore che possiede uno sguardo capace di trasmettere tutte le sfumature, le incertezze e le ansie del suo personaggio.

Il film è stato premiato al 69° festival di Berlino per la “migliore sceneggiatura”, ma avrebbe meritato anche un riconoscimento per la regia di Claudio Giovannesi.

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